IN MEMORIA DI MARTIN LUTHER KING E DEL SUO SOGNO, QUELLO VERO

USA - Chi, quanti, dove e come in questi giorni si sono ricordati che Martin Luther King”, se non fosse stato barbaramente e misteriosamente ammazzato nell’aprile del 1968, sabato scorso avrebbe compiuto 76 anni? Negli Stati Uniti, la ricorrenza è una festa nazionale che, secondo tradizione, ricorre il primo lunedì successivo, cioè oggi.

Ieri, in uno dei suoi numerosi discorsi tenuti nel fine-settimana in diverse località americane, il reverendo nero Jessie Jackson, che 37 anni fa vide con i suoi occhi l’attentato a King, ha detto: “La sua eredità , per ogni anno che passa, viene sempre più diluita... Facile da ammirare, King è difficile da seguire...”. Già nel 1986, Jackson aveva scritto: “ Dobbiamo opporci a questa memoria debole e anemica dei media nei confronti di un uomo grande. Credere che il dottor King fosse soltanto un sognatore significa fare ingiustizia a lui e a alla sua memoria.

Perchè tanti uomini politici vogliono ricordarlo solo come un sognatore?” La voce di Paul Rockwell, già docente di filosofia alla Midwestern University, è stata tra le poche levatesi con competenza in questi giorni per commemorare King: “ Nel suo profetico discorso del 1967 alla Riverside Church , Martin Luther King sottolineò 4 punti:

1) il militarismo americano avrebbe distrutto la lotta alla povertà ;

2) la superficialità americana produce violenza, disperazione e disprezzo per la legge negli stessi Stati Uniti;

3) l’utilizzo della gente di colore per combattere contro altra gente di colore all’estero è una manipolazione crudele dei poveri;

4) i diritti umani andrebbero misurati con lo stesso metro ovunque”. Erano i tempi della guerra in Vietnam. Rockwell ricorda anche che il quotidiano Washington Post definì “irresponsabile” quel discorso e il “New York Times”, in un editoriale intitolato “L’errore del dottor King” lo criticò per essere uscito dall’area concessa agli esponenti di colore, quella dei diritti civili.

Il settimanale Time andò anche più in là definendolo una calunnia demagogica e un copione per Radio Hanoi ( e non si riferiva certo al film di molti anni dopo “Good Morning Vietnam”....). Due biografi di Martin Luther King, Stephen Oates e David Garrow hanno addirittura dedicato interi capitoli dei loro saggi al virulento attacco dei media contro “l’internazionalismo” di King. Ma tutti ripetono come pappagalli, fuori contesto, ricorda Rockwell, quattro parole di quel discorso: “ I have a dream”, ho fatto un sogno, e hanno dimenticato sia i veri contenuti sia le assurde reazioni che sollevò. In tempi di guerra in Iraq, di conflitto incomponibile in Medio Oriente, di macro e micro-mondo lacerato da tensioni e contrapposizioni spesso assurde, colpito da sciagure immani , da aumento diffuso della povertà , forse non c’è più posto nemmeno per quelle quattro parole fuori contesto.

Non c’è più posto, se non formale e retorico, nè per King nè per il suo sogno nè per chiunque altro tentasse di ripetere con lui che non può esserci pace senza giustizia e che il silenzio degli onesti fa più paura della cattiveria dei malvagi. Tutto considerato, sorprende che sia stato assassinato nel 1968 e che, nel diluirne il pensiero, lo si dimentichi sempre di più e si continui in qualche modo ad assassinarlo? Eppure proprio un suo pensiero, una sua frase meno nota, può essere di ispirazione, di guida e di conforto a qualsiasi uomo di buona volontà : “Anche se sapessi che il mondo finisce domani, oggi pianterei ancora il mio alberello di mele”. (Pietro Mariano Benni) [MB]

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