image cover media

Se ne va Valentino, l'ultimo imperatore della moda mondiale

"Valentino nel suo atelier di Roma tra le sarte. 'Le mie sarte sono lì da una vita intera. Sono gli ultimi dinosauri che fanno questo tipo di haute couture. Sono estremamente meticolose e veramente old fashioned'." – Fonte: Profilo Facebook Valentino Garavani, 2025

143 visualizzazioni

Valentino Garavani è morto il 19 gennaio nella sua residenza romana, in via Appia Pignatelli. Aveva 93 anni. Con lui se ne va un'intera epoca della moda italiana, quella che ha trasformato il Made in Italy in simbolo di eleganza riconosciuto ovunque nel mondo.

Un ragazzo di Voghera che non ha mai smesso di rincorrere la bellezza. Nemmeno da bambino, come raccontava in tutte le interviste. Quella vocazione lo ha portato a Parigi negli anni Cinquanta, dove ha lavorato come apprendista per i giganti della couture francese – Jean Dessès, Guy Laroche – e ha imparato il mestiere nei dettagli più minuti. Ma Roma è diventata la vera patria. Nel 1957 fondò la sua maison, nel 1959 aprì il primo atelier. Da lì in poi la storia non è più quella di uno stilista, ma di un'istituzione.

Il rosso lo ha reso immortale. Non era il rosso qualunque, era come se avesse deciso di trasformarlo in firma, in linguaggio, in promessa. La storia è quella di un ragazzo all'Opera di Barcellona, folgorato dal velluto rosso di un abito. Quel momento diventa il 28 febbraio 1959 con la collezione Fiesta – tulle corto, rose lavorate sulla gonna. E da lì non smette più. Nemmeno una volta in 67 anni una collezione senza il suo rosso. Non una. Dopo lo codificano come Pantone 2035 UP. Gli mettono dentro 550 tonalità diverse. Ogni sfumatura è una variazione dello stesso grido.

La consacrazione arrivò dalle donne giuste. Jackie Kennedy nel 1964 ordina alcuni abiti per il lutto di JFK. Poi nel 1968, per le seconde nozze con Aristotele Onassis sull'isola di Skorpios, la sceglie ancora: mini dress bianco, minimale, rivoluzionario. È quella scelta che lo apre alle porte dell'America. Joan Collins lo veste nei party, Audrey Hepburn, Sophia Loren. Tutte le donne che contavano nel mondo lo cercavano. Non era uno che creava vestiti. Era uno che inventava come dovevano vestirsi i vincitori.

Nel 1967 arriva il Neiman Marcus Award – l'Oscar della moda. Due anni dopo è il couturier più ricercato al mondo. Disegna le divise per le hostess della TWA. Disegna i costumi per i balletti della Scala. Espone al Castello Sforzesco. Non era mai una cosa sola. Era eleganza in forma dopo forma, bellezza declinata in cento modi diversi.

Ma senza Giancarlo Giammetti tutto sarebbe stato diverso. Lo incontra nel 1960 a via Veneto, pieno di gente, durante la Dolce Vita romana. Giammetti è un ragazzo dei Parioli, appena 18 anni, appena iscritto ad Architettura alla Sapienza. Da quel momento non si separano più. Giammetti capisce subito la strategia mentre Valentino disegna. È lui che nel '67 intuisce che serve la V inconfondibile. È lui che vede il licensing come arma. Trasforma il talento puro in un'impresa che muove il mercato globale della moda.

Nel cuore del suo atelier, Valentino parlava sempre delle sue sarte con una devozione che rasentava il sacro. "Le mie sarte sono lì da una vita intera. Sono gli ultimi dinosauri che fanno questo tipo di haute couture. Sono estremamente meticolose e veramente old fashioned. È rarissimo trovare persone che lavorano così". Era questa l'essenza di quello che faceva – non era solo disegno, era mestiere tramandato, mani che sapevano cosa fare da decenni. Nessun computer, nessuna scorciatoia. Solo rigore e dedizione.

Nel 1968 succede quella che ricordano come la Sfilata Bianca. Robert Ryman, artista americano, aveva esposto tele bianche assolute. Valentino le vede e decide di farne il tema di tutta una collezione. Un gesto interessante: lo stilista del rosso che sceglie il bianco. Come se il nero di un abito, il bianco diventa parte della sua firma per sempre.

A Firenze nel 1962, con Pitti Mode, lo consacrano come maestro. Vogue Francia gli dedica pagine intere. Il mondo della moda lo vede non come un creativo di talento, ma come uno che riesce a raccontare al mondo intero cosa sia l'eleganza italiana. La Lombardia guarda con orgoglio. Un figlio di elettricista di provincia che ha vinto e ha definito un'estetica intera.

Nel settembre 2007, dopo quasi mezzo secolo, Valentino decide che basta. Annuncia il ritiro. La festa dura tre giorni. Lui sa che è il momento giusto. Non c'è nostalgia finta, niente gesto melodrammatico. Solo: addio.

Quello che lascia non è poco. La maison passa di mano – prima Alessandra Facchinetti, poi Maria Grazia Chiuri che capisce veramente. Adesso Pierpaolo Piccioli. Gli azionisti girano: nel 2012 arrivano i quatarioti di Mayhoola. Nel 2023 Kering compra il 30 per cento per 1,7 miliardi. I numeri si muovono, ma la sostanza rimane. Il cuore di Valentino pulsa nei dettagli, nei materiali, nel modo in cui disegnano una femminilità che non invecchia.

Nel 2016 lui e Giammetti fondano la Fondazione. Non è una vetrina. Non è un museo di se stessi. È un luogo dove continuare a crederlo: che la bellezza sia una responsabilità. Archiviano tutto digitalmente. Diecimila disegni. Centoventimila pagine di storia. Foto di Jackie Kennedy e Farah Diba scattate dai fotografi che contavano. È come dire: guardate, tutto questo è stato reale.

Il funerale è venerdì 23 gennaio alle undici del mattino. Basilica di Santa Maria degli Angeli e dei Martiri, Piazza della Repubblica a Roma. La camera ardente mercoledì e giovedì, dalle undici alle diciotto, Piazza Mignanelli 23. Coincide con l'uscita di Zero dei Benji & Fede. Non è una coincidenza che la moda dimenticherà.

Quello che Valentino ha significato per l'Italia

Con Valentino Garavani scompare uno dei simboli dell'eccellenza italiana nel mondo. Nato a Voghera l'11 maggio 1932 – figlio di un elettricista – rappresentava quella possibilità italiana della Dolce Vita, del talento puro, della visione che si trasforma in realtà globale. La Lombardia lo ricorda con gratitudine. Il presidente Fontana lo chiama "grandissimo della Moda" e ricorda come abbia affermato il Made in Italy nel mondo. Il Rosso Valentino rimane inimitabile. L'assessore Lucchini, come vogherese, parla di un vuoto profondo. Ha lasciato un'impronta decisiva nell'alta moda, trasformando il lavoro in linguaggio universale di bellezza. L'assessore Massari ricorda come abbia saputo raccontare al mondo l'eleganza italiana, ispirando generazioni di stilisti. Non ha solo vinto: ha ridefinito cosa significhi essere un grande designer.

Glossario

  • Haute couture: alta sartoria, capi fatti a mano e su misura per clientela privata, con materiali di lusso.
  • Prêt-à-porter: abiti pronti prodotti in serie, ma con standard qualitativi alti.
  • Licensing: permesso di usare il marchio per produrre altri beni (profumi, accessori).
  • Couturier: stilista di altissimo livello, maestro della sartoria.
  • Sfilata: presentazione pubblica di una collezione su passerella.