Una donna nuda disegnata a pennarello nero, seni appena accennati, una firma che si adagia sul basso ventre con un’ironia inquietante: “Donald”. È questa la cartolina che, secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, sarebbe finita nel 2003 tra i regali per il compleanno del finanziere Jeffrey Epstein.
Jeffrey Edward è stato un imprenditore e criminale statunitense, arrestato e condannato per abusi sessuali e traffico internazionale di minori.
Un messaggio dattiloscritto, apparentemente firmato da colui che, meno di vent’anni dopo, avrebbe occupato lo Studio Ovale.
Non è solo pornografia grafica: è una reliquia politica, conservata – si dice con cura – da Ghislaine Maxwell, la “madame” condannata a 20 anni per traffico di minorenni.
Un dettaglio?
Un pettegolezzo?
Forse.
Ma anche la fotografia perfetta di come il potere – quello vero – si è intrecciato per decenni con mondi inconfessabili.
La rabbia del tycoon!
Donald Trump ha reagito come sempre: attaccando.
Ha promesso querela al Wall Street Journal, alla News Corp e al suo ex alleato Rupert Murdoch, accusandoli di diffamazione e menzogna.
Su Truth Social, la sua piattaforma, ha parlato di “articolo falso e malevolo”, dicendosi certo che “se fosse stato vero, i miei nemici politici lo avrebbero usato da anni”.
Eppure, proprio questa difesa muscolare solleva una domanda: perché ora? Perché la stampa torna a scavare negli “Epstein files” e perché Trump, che di solito cavalca il fango, qui mostra insofferenza? Forse perché stavolta le carte non provengono da fonti anonime, ma da un archivio reale, organizzato e custodito da una delle protagoniste della rete che ruotava attorno a Epstein.
Il ritorno del dossier sepolto …
Nel frattempo, la procuratrice Pam Bondi – figura fedelissima all’ex presidente – ha dichiarato di voler chiedere il via libera a un giudice per desecretare alcuni documenti del grand jury che indagò su Epstein.
Una mossa che appare ambivalente: da un lato, la volontà di mostrare trasparenza; dall’altro, la possibilità di pilotare l’attenzione altrove, selezionando cosa rendere pubblico.
La verità è che il “caso Epstein” non è finito, anzi, si sta lentamente rivelando per quello che è sempre stato: una rete di protezioni altolocate, amicizie pericolose e connivenze trasversali tra finanza, politica e spettacolo.
Ogni tanto riaffiorano pezzi sparsi – un'agenda, un biglietto, una foto – e ciascuno minaccia di riscrivere pezzi di storia recente.
Un sistema che non vuole essere guardato.
Nel 2019, Epstein è morto in circostanze mai del tutto chiarite, in una cella dove le telecamere si “guastano” e le guardie “si addormentano”.
Da allora, poco si è voluto sapere, meno ancora si è detto.
La sua morte non ha chiuso nulla, ha solo reso tutto più torbido.
E ora, mentre Trump cerca di riconquistare la Casa Bianca e molti dei suoi alleati siedono ancora nei gangli del potere, quel disegno osceno su carta dattiloscritta potrebbe diventare il simbolo di qualcosa di più grande: non solo la decadenza morale di una classe dirigente, ma il tentativo ostinato di nasconderne i peccati più profondi.
Forse non sapremo mai chi ha disegnato quella figura, né chi abbia scritto davvero quel messaggio.
Ma una cosa è certa: la rete intorno a Epstein non era fatta solo di corpi, ma di silenzi ben pagati e favori promessi.
E se oggi si prova a ridare voce a quei silenzi, non è solo per giustizia.
È per capire fino a che punto il potere possa farsi scudo di sé stesso, piegando anche la verità a un disegno osceno.
E firmandolo, sotto, come fosse un capolavoro.
a cura di Massimiliano De Cristofaro
Image by https://www.bbc.com/news
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