Non capita spesso di essere trasportati in un dominio sensoriale inedito. Tutto o quasi ci è noto,soprattutto in campo vinicolo. E quando qualcosa ci sorprende o non è buona o risulta vanamente eccentrica. Spesso verrebbe da dire,parafrasando Qoelet,“...niente di nuovo sotto il sole...“.
Fino a quando incontri qualcuno che ti stravolge i target sensoriali a cui sei aduso da anni,che ti fa salire su di una imprevista navicella spaziale del gusto e ti conduce alla scoperta di cosmi inesplorati.
A me,tra gastronauti sodali,è capitato con Natale Simonetta e le sue creazioni:i vini di Cascina Baricchi. Non è eccessivo definirle creature. Un florilegio di etichette mai banali,caratterizzate da pennellate di genio,peculiarità uniche,misteriche trovate enologiche.
C’è lo zoccolo duro degli autentici piemontesi:Nebbiolo,Barbera e Dolcetto.
Franchezza,pulizia,fruttuosità e florealità lievemente speziate sono la loro cifra.
Dov’è la novità? Nello scortare il frutto con i suoi umori e la sua anima in bottiglia senza interferire.
Natale è uno di quei produttori che si fa concavo per accogliere quel che la terra e la vigna gli concedono anno dopo anno,e non agisce di rapina,imponendo uno schema produttivo alla natura senza ascoltarla. Nel moderno vinificare poi,troppo spesso si ignora una sapienza:il fiore del sapore...il profumo...e il fiore del gusto risiedono nella parte residuale,nel rifiuto del processo di fermentazione. In pratica in quel cascame che ci si affretta ad eliminare con filtrazioni e refrigerazioni di ogni genere.
Quel che si ottiene è un prodotto sì stabile,sì corretto,sì performante ma che contiene qualcosa di inerte e di anonimo che fa del vino tecnicamente perfetto a volte solo una sorta di algido amante. Non così per i vini di Cascina Baricchi,a giusto titolo nel novero dei vini-emozione.
Natale è anche e soprattutto un innovatore. Ama il Pinot Nero e ne produce una versione,“Il Brigante in fuga“,che ha deliziato tutti gli astanti. Ci confida che in degustazione cieca risulta essere stabilmente fra i migliori,sia in Italia che in Francia,e non è difficile credergli. Corposo e succulento,è anche elegante e giustamente tannico. In pratica una chicca enologica che finisce rapidamente.
Poi c’è il variegato complesso degli spumanti metodo classico.
Tutti ad alto indice di piacevolezza con il “Visages de Canaille“ a svettare. Prodotto con uve nebbiolo di sei annate diverse è un rosato stupendo. L’intuizione di fare del vino base una sorta di compendio di annate diverse e contigue conferisce al prodotto complessità e armonia. La stessa intuizione che sottende alla produzione dello “Jamais“. L’utilizzo di un ventaglio di uve,tutte rigorosamente coltivate in azienda(riesling,chenin blanc,viognier,chardonnay,sauvignon...),a fianco del Pinot nero è di per sé una sfida. Che si fa affascinante se si considera l’utilizzo del metodo solera. E ancor di più se c’è un tocco di botrite nel liquer de tirage. Contiamo all’unisono di assaggiarlo al più presto.
L’Icewine è un capitolo a parte. In Italia nessuno riesce a produrlo regolarmente per ovvie ragioni ambientali. Natale,con certosina dovizia,ne ricava poche bottiglie dalle propaggini più algide della sua valle e all’assaggio è un tripudio di rimandi analogici all’albicocca,al vin cotto,all’uva passa,al tabacco,con una freschezza quasi erbacea di fondo.
Il capolavoro è però la “Regina di Felicità“. Natale si abbandona al racconto. L’immagine che campeggia in etichetta è della madre. La foto che la ritrae fu scattata in circostanze molto particolari e rimirarla scatena un tumulto di ricordi e un moto di nostalgia. A Lei,fonte di vita, Natale ha voluto dedicare il vino più tradizionale...il Moscato...spumantizzato nel modo più innovativo. Si pensi che i vini-base sono per il 70% costituiti da varie annate di icewine ai quali si aggiunge il 30% di mosto fresco. Il risultato è stupefacente. Mi viene da dire scorrettamente e incredibilmente che sembra un Sauternes,tale è l’ammontare di note agrumate e mielose. E poi c’è la pesca bianca e la salvia tipiche del Moscato. Natale assicura che con il fois gras è strepitoso. Proprio come il Sauternes.
La chiusa la affidiamo,in piena rotta alcolica,alla Frogs Rosebeer. Anche nella birra artigianale di famiglia,ad alta fermentazione,c’è la pennellata dell’artista:un 5% di mosto dolce di “Visages de Canaille“.
In una location perfetta,uno chef ispirato e bottiglie golosissime ci hanno regalato una serata indimenticabile.
Non ci resta che ringraziare......
ROSARIO TISO
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