Per “ravanare scriteriatamente fra le anticaglie vinicole“ intendo l’attitudine di molti a scegliere bottiglie vetuste per il solo fatto che sono tali e non al culmine di un percorso critico mirato a cogliere un’eccellenza enoica.
Se ad esempio parliamo del “re“ dei vini, il Barolo, tutta la letteratura(o quasi... ) è concorde nel considerare di rara longevità il campione che si dimostri prestante dopo 30-40 anni di invecchiamento. Pertanto, vivendo nel 2011, il degustatore accorto non dovrebbe mai lanciarsi “scriteriatamente“ nell’acquisto di una bottiglia antecedente al decennio 1970-80. Se poi a questa banale considerazione matematico-temporale si aggiunge la doverosa puntualizzazione che si tratterebbe comunque di bottiglie particolarmente performanti e di produttori dalla costanza qualitativa e di caratura superiore alla media, quasi mai ci si dovrebbe con leggerezza arrischiare a sondare organoletticamente realtà enologiche così remote. Quindi sarebbe molto più prudente attingere ai millesimi degli anni novanta per avere maggiori probabilità di un sicuro appagamento sensoriale.
A questo punto entrano in gioco le altre variabili.
Dopo il produttore(fondamentale, forse la decisiva!!!), occorre considerare l’annata di produzione, le condizioni di conservazione della bottiglia ed infine la non meno importante azione della casualità. Il perfetto equilibrio di un nettare affinato lungamente in bottiglia è infatti una magia assolutamente unica ed imprevedibile nei modi e nei tempi. La “maderizzazione“ montante deve perfettamente integrarsi alla declinante carica tannica e l’interazione fra alcoli e acidi non deve cancellare totalmente il riverbero della fruttuosità e florealità primigenia del campione.
Tutto questo genera equilibrio, eleganza, finezza ed armonia... ciò che si ammira in un vino lungamente invecchiato e ancora piacevole, foriero di peculiarità gustative di assoluto pregio.
Ad un nebbiolo non chiederei mai(parere squisitamente personale... )di superare i dieci anni di affinamento in bottiglia dall’inizio della commercializzazione. Un Barolo Riserva giunge sugli scaffali dell’enoteca già a sei anni dalla vendemmia. Aggiungiamone un decennio e si perviene quasi alle soglie dei vent’anni. Può bastare.
A meno che non si parli di fuoriclasse consolidati. A meno che non si tratti del Monfortino di Giacomo Conterno, del Cannubi Boschis di Sandrone, del Bric del Fiasc di Scavino, del Brunate di Roberto Voerzio, del Rocche dell’Annunziata di Ratti, del Bussia Soprana di Aldo Conterno, del Falletto di Giacosa, del Vigna Rionda di Oddero, del Barolo di Bartolo Mascarello... sapiente blend di nebbioli provenienti dai Cannubi, Ruè e S. Lorenzo a Barolo e dal “cru“ Torriglione a La Morra.
E potrei continuare a lungo. Ma rimangono pur sempre prodotti selezionati. Non basta la parola “Barolo“ a garantire eccezionalità.
Il Barolo è cambiato. Se Pira si piccava di scrivere sulle sue etichette “pigiato con i piedi“, gli eredi e nella fattispecie Chiara Boschis, producono un Barolo Cannubi moderno con raffinate tecniche di cantina e forse senza la pretesa o la necessità di superare indenne dall’immisione sul mercato il quarto di secolo.
Si fanno sempre più “baroli“ già pronti ad una beva gratificante. Non c’è da aspettare granchè per coglierne la massima espressività.
E se all’atto di assaggiare un celebrato nettare realizzato 30 o 40 anni fa dovessimo imbatterci in un liquido acidulo, etereo e sottile non restiamone delusi. Saremmo consapevoli di aver varcato, alla ricerca della pura emozione, il confine dell’imponderabile oltre il quale ogni piacevolezza è un dono. Facciamocelo bastare. In esso possiamo prefigurarci il resto e il tutto. Perchè la cosiddetta “anima del vino“ rivela i suoi contorni nelle pieghe della nostra immaginazione.
ROSARIO TISO
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