TITOLO V - NORME DI COMPORTAMENTO
Art. 182. Circolazione dei velocipedi.
1. I ciclisti devono procedere su unica fila in tutti i casi in cui le condizioni della circolazione lo richiedano e, comunque, mai affiancati in numero superiore a due; quando circolano fuori dai centri abitati devono sempre procedere su unica fila, salvo che uno di essi sia minore di anni dieci e proceda sulla destra dell'altro.
2. I ciclisti devono avere libero l'uso delle braccia e delle mani e reggere il manubrio almeno con una mano; essi devono essere in grado in ogni momento di vedere liberamente davanti a sé, ai due lati e compiere con la massima libertà, prontezza e facilità le manovre necessarie.
3. Ai ciclisti è vietato trainare veicoli, salvo nei casi consentiti dalle presenti norme, condurre animali e farsi trainare da altro veicolo.
4. I ciclisti devono condurre il veicolo a mano quando, per le condizioni della circolazione, siano di intralcio o di pericolo per i pedoni. In tal caso sono assimilati ai pedoni e devono usare la comune diligenza e la comune prudenza.
5. È vietato trasportare altre persone sul velocipede a meno che lo stesso non sia appositamente costruito e attrezzato.È consentito tuttavia al conducente maggiorenne il trasporto di un bambino fino a otto anni di età, opportunamente assicurato con le attrezzature, di cui all'articolo 68, comma 5.
6. I velocipedi appositamente costruiti ed omologati per il trasporto di altre persone oltre al conducente devono essere condotti, se a più di due ruote simmetriche, solo da quest'ultimo.
7. Sui veicoli di cui al comma 6 non si possono trasportare più di quattro persone adulte compresi i conducenti; è consentito anche il trasporto contemporaneo di due bambini fino a dieci anni di età.
8. Per il trasporto di oggetti e di animali si applica l'art. 170.
9. I velocipedi devono transitare sulle piste loro riservate quando esistono, salvo il divieto per particolari categorie di essi, con le modalità stabilite nel regolamento.
9-bis. Il conducente di velocipede che circola fuori dai centri abitati da mezz'ora dopo il tramonto del sole a mezz'ora prima del suo sorgere e il conducente di velocipede che circola nelle gallerie hanno l'obbligo di indossare il giubbotto o le bretelle retroriflettenti ad alta visibilita', di cui al comma 4-ter dell'articolo 162. (1)
10. Chiunque viola le disposizioni del presente articolo è soggetto alla sanzione amministrativa del pagamento di una somma da euro 25 a euro 99 (2). La sanzione è da euro 41 a euro 168 quando si tratta di velocipedi di cui al comma 6.
(1) Comma introdotto dalla legge 29 luglio 2010, n. 120 ( G.U. n. 175 del 29 luglio 2010 suppl. ord.), che si applica a decorrere dal sessantesimo giorno successivo alla data di entrata in vigore della legge cit.
(2) Per le violazioni del comma 9-bis la sanzione va da euro 24 a euro 97 (Decreto interministeriale 22 dicembre 2010, tabella II).
Cosa sono i velocipedi
Art. 50. Velocipedi. - "Nuovo codice della strada", decreto legisl. 30 aprile 1992 n. 285 e successive modificazioni.
TITOLO III - DEI VEICOLI
Capo I - DEI VEICOLI IN GENERALE
Art. 50. Velocipedi.
1. 1. I velocipedi sono i veicoli con due ruote o più ruote funzionanti a propulsione esclusivamente muscolare, per mezzo di pedali o di analoghi dispositivi, azionati dalle persone che si trovano sul veicolo; sono altresì considerati velocipedi le biciclette a pedalata assistita, dotate di un motore ausiliario elettrico avente potenza nominale continua massima di 0,25 KW la cui alimentazione è progressivamente ridotta ed infine interrotta quando il veicolo raggiunge i 25 km/h o prima se il ciclista smette di pedalare. (1)
2. I velocipedi non possono superare 1,30 m di larghezza, 3 m di lunghezza e 2,20 m di altezza.
Camera / Seduta n. 194 di giovedì 20 marzo 2014
a pagina 71 parlano di Skate lo
il volley e perfino il rude rugby, la cui cultura di fair-play e integrazione dovrebbe essere presa a modello). Questo è lo stereotipo, questo è l'atteggiamento discriminatorio.
Ma ci si potrebbe domandare dove i numeri sono invece dalla parte delle donne. Anche in quel caso – e in particolare in quel caso – il comportamento delle istituzioni è particolarmente increscioso. Il fitness, le ginnastiche, la danza sportiva, hanno numeri straordinari. Per la prima volta, nel 2012, ginnastica e danza hanno superato il calcio in termini di diffusione in Italia e sono discipline a grande maggioranza di praticanti donne. Ora, chiunque di noi può aggirarsi sul territorio nazionale e contare le centinaia di impianti, piccoli e medi, di proprietà dei comuni, talvolta del CONI, spesso anche nuovi, recenti, dedicati al calcio e, con le dita di una mano, invece, cercare un qualche povero impianto pubblico dedicato alla ginnastica o al fitness o alla danza. Ma perché ? Perché se non per un riflesso discriminatorio ? Perché quando vado a costruire il piano delle opere pubbliche ci metto gli impianti sportivi e mai un impianto, in un comune o in una provincia, è destinato allo sport che sappiamo ha numeri così enormi nella parte femminile della popolazione ? Perché le donne devono pagare per fare sport e pagare il privato for profit ? Non è un destino. In Europa non funziona così. Le palestre multifunzionali per le ginnastiche sono invece, in tanti Paesi d'Europa, l'infrastruttura di base che segna il territorio e che, guardandosi in giro, appunto, troviamo.
D'altra parte, un mondo come quello sportivo, a imbarazzante prevalenza maschile, non potrebbe fare diversamente (è già stato detto). Nessuna federazione in Italia è presieduta da donne. La povera presidente dell'equitazione è stata commissariata pochi mesi dopo l'elezione (e cito solo per il paradosso, perché non entro nel merito dei motivi sicuramente validi). Due donne presidenti di federazione in Europa e percentuali ridicole fra i dirigenti, gli istruttori e i tecnici, anche quando sono donne la maggioranza dei praticanti l'attività.
Lo sport è un fenomeno sociale complesso, globale, che talvolta anticipa e talvolta esalta le contraddizioni sociali moderne. Sul tema della discriminazione di genere siamo di fronte ad un esempio di scuola della distanza dalle innovazioni che si affermano nella società e la permanenza, invece, di stereotipi che producono chiusura nelle istituzioni della governance sportiva, comprese le facoltà universitarie, le scuole del CONI, i media sportivi e i modelli sessisti di giornalismo e di televisione. Da una parte, nella società abbiamo l'esplosione dei nuovi sport informali di strada: il correre ovunque, il camminare ovunque, la bicicletta ovunque, il saltare ovunque, il parkour nelle città, il danzare ovunque, l’hip hop, gli skate, gli skateboard, generazioni nuove di sportivi, e nuove non solo in senso anagrafico ma anche persone che riscoprono, in questo modo, anche da anziani, la possibilità di mettersi in movimento, che vivono insieme la socialità, costruendo contesti adatti e rispettosi non solo delle differenze di genere, ma anche delle differenze di cultura, delle differenze di provenienza; dall'altra parte, invece, le strutture federali e olimpiche, con le regole complicate basate sulla separazione, sulla selezione. Tutti uomini a decidere e a parlare nei talk-show, con le donne relegate ai margini, dalle università alle curve degli stadi.
Allora, bisogna fare quello che le emozioni dicono. Si deve promuovere la Carta dei diritti europea, grande intuizione della UISP, Unione italiana sport per tutti, negli anni Ottanta, aggiornata e riproposta nel 2011, strumento importante e Carta di ultima generazione.
Non è un elenco di diritti, che sarebbe sempre naturalmente positivo, ma è un elenco di azioni, è uno strumento normativo dai risultati verificabili. E poi si deve operare una svolta.
Ora, questo tema che solleviamo oggi dimostra clamorosamente quanto non sia più possibile per uno Stato moderno non occuparsi dell'attività fisica, dello sport, della sua diffusione, dei vantaggi sociali di inclusione, di comunità, che lo sport può costruire. Certo, se c’è una politica, se c’è un investimento, se si fanno delle scelte.
Se invece si delega al CONI, come solo in Italia avviene, o ad altri, lo sport si chiuderà in se stesso, nei suoi risultati tecnici, quando ci saranno, nelle sue chiacchiere da tifosi. E ci ritroveremo, come siamo oggi in Italia, al 41 per cento della popolazione in una condizione di sedentarietà assoluta, che è un dato incivile, con i ragazzi diseducati al muoversi, al giocare, al socializzare, ragazzi più malati e più infelici dei loro coetanei europei.
È vero che il Governo non ha molte competenze – se le è tolte, non se le è mai date – ma approva lo statuto del CONI, ma approva i principi fondamentali delle federazioni sportive. Allora, almeno questo facciamolo. È il momento di indicare allo sport italiano la necessità di inserire nei regolamenti e negli statuti del CONI e delle federazioni sportive norme e proposte che riconoscano e promuovano la parità di genere nello sport e norme antidiscriminatorie verso culture, provenienze, orientamenti sessuali dei cittadini dello sport (Applausi dei deputati del gruppo Partito Democratico).
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