Dio solo sa quante volte ho provato a dire“addio“ alle cazzate infinite... accreditate come pseudo-verità... che mi riguardano.
Specie quando il dolore mi ricaccia sotto un’ipotetica linea di galleggiamento ed è tutto un soffocare. Tanti tentativi falliti. Portati con enfasi e convinzione e miseramente naufragati. Fino a quando mi è sembrato di aver compreso il punto nodale della questione...
Quello che ricacciavo indietro, scostavo sdegnato , rifiutavo indignato, lasciavo defilare non era la vita o la realtà ma solo le loro povere e scarne rappresentazioni partorite dal mio estro. Che lasciano il tempo che trovano. Che nell’economia del cosmo non valgono niente. Che... a dirla tutta... non valgono niente nemmeno per me stesso, non interpretando, se non incidentalmente, le mie istanze più profonde.
Dopo il rifiuto, la presa di distanza da persone e cose, attività e speranze... solo un attimo di apparente stasi. Poi, piano piano, la vita e la realtà sopra e sotto di me, tutt’intorno, in ME, riprende a pulsare.
E’ la natura della vita;è la quintessenza della realtà. Continuare, evolversi, modificarsi con ampie volute esistenziali. Tornare indietro, andare avanti:tutte categorie dell’individuo chiuso nel suo Io. L’Io:prigione della vita e negazione della realtà. Chi ci libererà dalla tutela dell’Ego?
Che decide per ciò che non conosce e non sa,
che decreta finito l’infinito,
profondo il superficiale,
che suscita impropri dinamismi...
facendoci ballare come marionette...
ed è capace, per assoluta ignoranza dei moti dello spirito, di frustrare genuine ispirazioni che potrebbero promuoverci come cittadini dell’universo.
Nell’inconsapevolezza delle ragioni ultime di ogni cosa brancoliamo in un buio che... con sedicenti artifizi... consideriamo piena luce.
Ho visto un albero, isolato da montagne di rifiuti, in una zona periferica della stazione ferroviaria. Mandarini. Arancione acceso che si stagliava contro il cielo blu e terso del mattino. Lui sì... quell’albero... ha capito tutto. Non si cura del fatto che nessun uomo potrà accedere alle sue primizie, che forse solo qualche uccello potrà abitarne l’odoroso pomario. Fa l’albero. Fruttifica. E basta.
Il nostro destino sarebbe quello di essere uomini. Peccato che nessuno sappia ancora cosa significhi. Ma, nonostante tutto, pronunciamo sentenze, dalla mattina alla sera, dal carattere certo. Come Dei. Come chi la sa lunga. Noi... che della vita sappiamo ben poco... che facciamo ancora distinzioni fra la vita e la morte e non ci riesce di invitarle al nostro desco per brindare alla realtà. Noi... ancora alla ricerca di una quadratura pacificatrice. Avremmo dovuto imparare almeno questo:che parole definitive come “fine“ vanno apposte in calce ad un romanzo appena terminato o dopo la proiezione di un film.
Non è in nostro potere pronunciarle oltre.
ROSARIO TISO
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