Bocconi, Un mercato ampio e dinamico e una manodopera specializzata e a basso costo. Sono questi i motivi che hanno spinto in India le imprese manifatturiere italiane, con investimenti di carattere produttivo, secondo un’analisi svolta dall’Isesao, l’Istituto di studi economico-sociali per l’Asia Orientale dell’Università Bocconi. Soddisfatto dei risultati ottenuti, il 75% del campione intende aumentare l’investimento.
In India, infatti, le imprese hanno trovato una manodopera a basso costo rispetto agli standard europei, che parla inglese ed è altamente specializzata. “Diversamente da quanto riscontrato in Cina, invece, dove alla manodopera a basso costo è necessario un training per potenziare le competenze tecniche,” spiega Valeria Gattai, dell’Isesao Bocconi e coordinatrice dello studio.
La dimensione e attuale dinamicità del mercato, invece, sono tali che il 40% dei prodotti realizzati in India dalle imprese italiane è destinato al mercato interno e circa la metà delle imprese ha sviluppato una produzione specifica per l’India. Prodotti che spesso sono rappresentati da modelli ormai obsoleti in Italia ma che trovano posizionamento sul mercato locale.
Numerose imprese hanno poi riconosciuto nell’India un paese dalle imponenti agevolazioni fiscali, come le Zone Economiche Speciali con incentivi e infrastrutture per le imprese straniere. Il 60% delle imprese è in India da più di 10 anni, dai primissimi tempi delle riforme iniziate nel 1991 atte a aprire a scambi con l’estero, e il 38% da 6 a 10 anni. La metà , 52%, ha scelto la joint-venture come modalità di investimento, cioè con l’appoggio di un partner locale, e il 48% un investimento proprio.
Diversamente da quando accade in Cina, dove secondo un altro studio recente dell’Isesao primeggiano le medie imprese, la presenza dominante in India spetta all’impresa di grandi dimensioni (oltre 500 addetti), la cui percentuale ammonta al 40%, seguita dalla media impresa (110-499 addetti) con il 35%.
La provenienza geografica del campione risulta polarizzata attorno al centro-nord della penisola con il primato della Lombardia (29%), seguita da Emilia Romagna (19%), Veneto (18%) e Piemonte (15%). Per quanto riguarda i settori rappresentati, primeggia l’offerta ampia e diversificata (elettrodomestici, macchine per l’industria etc,), 42%, seguita dai settori tradizionali (tessile, abbigliamento e calzature), 25%, e a forte economie di scala (chimico, farmaceutico, ecc.), 25%.
Settore trainante per l’India, l’high-tech è rappresentato solo dall’8% delle imprese italiane. “Tale dato si comprende bene alla luce dei problemi di trasferimento delle tecnologie e di protezione dei diritti di proprietà ,” spiega Gattai.
Secondo il campione occorre poi un approccio di medio-lungo periodo, almeno 5 anni, per penetrare il mercato locale ma poi i risultati sono soddisfacenti. Circa il 75%, infatti, intende aumentare il numero di stabilimenti o investire maggiori risorse in quelli esistenti. Sul lato negativo, i problemi riscontrati a seguito dell’insediamento in India sono legati alla forte burocratizzazione e alla carenze di infrastrutture.
“La maggior parte del campione ha riconosciuto vantaggi indubbi dall’esperienza in India - dall’aumento di fatturato, in media del 15%, ad un’espansione della capacità produttiva,” conclude Gattai. “Alla luce di ciò è difficile giustificare l’esigua presenza delle nostre multinazionali in India, paese che sta diventando uno dei baricentri commerciali del mondo.”
Università Bocconi
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