(Livio Orlandini) - Pare che il buon senso abbia prevalso e che il ventilato ricorso anticipato alle urne sia stato annullato. Il Premier ha garantito il completamento della legislatura per gli altri tre anni previsti fino alla scadenza naturale del mandato, in questo facendo affidamento sulla lealtà dei deputati ai quali i cittadini hanno votato la fiducia nel rispetto del programma a suo tempo enunciato. Infatti, anche se non si pretende che i candidati dispongano della sfera di cristallo che gli consenta di vedere nel futuro non era stata prevista alcuna scissione nè alcun voltamento di “gabbana”.
Nel campo delle ipotesi,una delle ragioni che avrebbe indotto tutti a smorzare i toni e a rientrare nei ranghi sarebbe la certezza, scaturita dai sondaggi, di un prevedibile e massiccio astensionismo da parte degli elettori nauseati dai giochi della politica da parte di persone privilegiate e pronte a tutelare i propri interessi e le proprie carriere. Queste previsioni hanno riportato sveltamente coi piedi per terra quei tromboni che in un primo momento sbandieravano in caso di elezioni anticipate delle avanzate travolgenti, motivo per loro di correre alle urne, al di là del benessere della gente. Se a questo si aggiunge il costo elevatissimo di una votazione si comprende ulteriormente il senso del ridimensionamento del problema nella prospettiva che forse è finita l’epoca del “popolo bue” sempre pronto a battere le mani a comando.
A margine di tutto questo risaltano due constatazioni: la prima è che in Italia dopo una tornata elettorale i partiti che risultano in minoranza o per meglio dire sconfitti, anzichè collaborare per risolvere i problemi del Paese, iniziano subito la campagna elettorale volta alla demonizzazione dell’avversario vincente, la seconda è che nei movimenti di destra o di sinistra che si erano imprudentemente coalizzati per sconfiggere gli oppositori riemergono rivalità e motivi di fondo inconciliabili e solo provvisoriamente accantonati che ne provocano la crisi.
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