ROMA - Conoscere in anticipo il giorno della propria morte non sembra di grande consolazione. E infatti Jim Atkinson e le migliaia di altre persone che, come lui, gestiscono delle radio che trasmettono via internet, non sono affatto sollevate per il fatto di sapere che, se niente cambia, dovranno chiudere bottega esattamente il 20 ottobre prossimo. Perchè quello sarà il giorno della resa dei conti e, in forza di una legge passata grazie ai desideri delle major, dovranno pagare alle case discografiche i diritti per ogni brano che trasmetteranno... compresi gli arretrati sin dal 1998! Una bolletta micidiale che, ha detto Atkinson a "Newsweek", "farà fallire circa il 90 per cento dell’intera industria".
Sì, perché la tassa non ha niente a che vedere con quella della radio tradizionali, per cui le stazioni devono girare circa il 3% dei loro proventi nelle tasche dei musicisti. Qui si tratta di una ben più pesante "performance fee" commisurata sul numero di ascoltatori per cui si deve versare un prezzo fisso moltiplicato il numero degli utenti con il paradossale risultato che il più delle volte sarà chiesto ai "webcaster" di pagare molto più di quanto hanno incassato. Il caso di Atkinson e della sua 3WK che trasmette rock alternativo è emblematico: nel 2001 i suoi introiti sono stati pari a 10 mila dollari attraverso pubblicità e sponsorizzazioni, ma il conto che si vedrebbe recapitare con le nuove regole sarebbe di 17 mila "bigliettoni" per il fatto che il suo pubblico è stato molto numeroso. Se si fosse seguito lo stesso principio delle radio tradizionali l’effetto non sarebbe stato tanto devastante perché, a fronte di scarsi guadagni, si sarebbe dovuto versare agli autori solo il 3% di quella magra cifra.
Ma il Congresso ha deciso diversamente e ancora non si capisce il perché. La mente occulta dietro l’operazione, la famigerata Riaa che ha steso al tappeto giudiziario Napster e vari suoi cloni, ha avuto partita vinta ma qui, a differenza dei casi di peer-to-peer citati, la violazione del loro copyright è molto più effimera. Nel senso che le radio trasmettono i brani con la tecnica dello "streaming" che li fa sentire in diretta ma - tranne che per hacker esperti - impedisce di salvare i file e risentirli a piacimento come avveniva con i vari siti di scambio di mp3. Anzi, sostengono in molti, proprio come nelle radio normali il passaggio su quelle online è solo pubblicità gratuita per gli artisti: uno sente il brano, gli piace e lo compra, a volte proprio seguendo i link ai negozi online che i siti a rischio di estinzione largamente forniscono.
Le major però non ci vogliono credere e sbandierano con terrore i numeri della minaccia: 77 milioni sarebbero gli americani che, almeno una volta, si sarebbero sintonizzati a una "web radio". Troppi per essere lasciati in pace.
di RICCARDO STAGLIANO'
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