RACCOGLIAMO DA UFOITALIA LE TRE TRADUZIONI DEL CASO DI ABDUCION PIÙ FAMOSO DEL MONDO

Giovedì
14:41:57
Ottobre
14 2004

RACCOGLIAMO DA UFOITALIA LE TRE TRADUZIONI DEL CASO DI ABDUCION PIÙ FAMOSO DEL MONDO

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Oregon (USA), caso di abduction iniziato nel 1944
“Ho avuto numerosi contatti con esseri che in genere vengono definiti “alieni” e forse sono stata vittima di rapimenti a bordo di un Ufo. Mi sono sottoposta a sedute di ipnosi regressiva, ma coloro che le effettuarono non erano professionisti. Erano membri di un gruppo di studio non particolarmente qualificato. Vi racconto la mia esperienza di cui conservo memoria cosciente. Vivevo in una piccola fattoria dell’Oregon, in una casa di campagna. Sono nata nella località di Forest Grove, Oregon, il 29 novembre 1942. La mia prima esperienza riguarda un tempo lontano, quando avevo appena due anni. Mi ricordo che vidi, nel corso di una notte, una strana creatura seduta al capezzale del mio lettino. Ricordo che era in posizione seduta, con lunghe braccia penzolanti tra le sue gambe esili. Le sue dita erano lunghe e magre. Si protendevano verso di me.

È tutto quello che ricordo. Quando ho descritto la creatura, successivamente, l’ho paragonata a un “gargoyle”. I ricordi successivi riguardano il periodo in cui ci trasferimmo nella grande casa, sempre nella stessa fattoria. Lì avevo una mia cameretta, mentre prima dormivo con i miei genitori. Avevo cinque anni; mia nonna era morta e mio padre aveva deciso il trasferimento nella nuova dimora. Non ho memoria chiara di quanti anni avessi quando accadde di nuovo. Ricordo però quello che successe. Tornarono a trovarmi le strane creature, in varie occasioni. Erano alte come uomini e simili ad esseri umani, ma perfettamente bianche e luminose. Non trasparenti, ma opache: non potevo vedere attraverso di loro. Si sedevano in fondo al mio letto e mi parlavano. L’aggettivo “opaco” lo trovai qualche tempo dopo, sfogliando un dizionario alla ricerca di termini adati a descrivere i visitatori. Anche se erano opachi, non sembravano completamente solidi. La maggior parte di loro mi sembravano maschi, ma ogni tanto veniva una donna, bianca e luminosa come tutti quelli della sua specie. Non ricordo nulla di quello che mi dicevano. All’età di undici anni vi furono nuovi episodi. Mi trovavo, un giorno, in una radura all’interno di un bosco, con mia madre. Raccoglievamo fragoline.

Intorno a noi si innalzavano verso il cielo alberi altissimi. Dovevo fare pipì e la mamma mi disse di farla dietro un albero. Ero già una ragazzina ed avevo uno spiccato senso del pudore. Mi allontanai finchè trovai l’albero che ritenevo più adatto allo scopo. Non c’era nessuno, solo la mamma a qualche decina di metri dalla mia posizione. La cosa che ricordo bene è la voce della mamma che mi chiamava. Sembrava provenire dall’alto; cercai di rispondere al suo richiamo. Non sapevo più dove mi trovavo nè come fare a tornare indietro, verso la voce che amavo tanto. Niente da fare. Improvvisamente ecco il bosco e la mamma. “Sei stata via 30 minuti, mi hai spaventata a morte,” mi sgridò. Non ricordo nulla di quel lasso di tempo: ho perduto quei minuti della mia vita. Sotto ipnosi si sono rivelati tanti particolari, che vi racconterò nella prossima mail. Jane”.

Oregon 1944. Parte seconda: “Su un tavolo d’argento”
In quel periodo facevo un sogno ricorrente. Il sogno iniziava con una sensazione: volevo salire sulla collina dietro casa, dietro il frutteto e la grande quercia solitaria; sulla collina, dove iniziava la foresta. Quindi volevo addentrarmi un po’, camminando, nella foresta. Li tre esseri bellissimi mi attendevano: un uomo, una donna e un ragazzo, tutti alti e biondi. Alle loro spalle c’era una specie di veicolo d’argento senza ruote, quello che in seguito avrei definito “disco volante”. I tre indossavano tute argentee. Non ricordavo mai, al risveglio, cosa accadesse durante quei singolari incontri nella foresta. Ricordavo però di avergli sempre chiesto se potevano riaccompagnarmi a casa. Mi rispondevano di no, perché avevo molte cose da fare lì. Spesso mi risvegliavo, a quel punto. A volte pensavo che il sogno finisse proprio perché io manifestavo il desiderio di tornare a casa e loro non volessero turbarmi dicendomi di no.

Durante le sedute di regressione ipnotica venne fuori che non si trattava di sogni, ma di episodi da me vissuti realmente, come molti anni dopo ricordai chiaramente. Come una parte del mio vissuto era scomparsa improvvisamente dietro un albero, ai limiti del campo di fragole in cui mi trovavo, da ragazzina, con la mamma, così, grazie alla regressione, ogni cosa riaffiorava. Camminavo nel bosco; in realtà non avevo alcun bisogno fisiologico, ma ero richiamata da una luce ovale. Era bianca, intensa, sospesa nell’aria come una grande foglia immobile e splendida. Essendo una ragazza curiosa, gli girai attorno, ma non vi era nulla dietro di essa. Era come la luce di un faro puntata su un muro, solo che il muro non c’era. Provai a “toccarla”; la mia mano la attraversò, ma guardando attraverso la luce, non la vedevo più. Ritrassi allora la mano. Una voce iniziò a parlarmi, rassicurante. Mi disse di non aver paura e mi invitò ad entrare nella luce. Lo feci. La prima cosa che vidi fu un muro piuttosto esteso, su cui si aprivano finestre, come quelle che si vedono in uno zoo al chiuso. Al di là delle finestre, però, non vi era nulla. Seguendo il muro, mi trovai davanti a una porta, che aprii. Vidi una stanza, una grande stanza in cui vi era una sola sedia di legno nero, che mi sembrò un trono. Seduta sulla sedia, vidi una figura ammantata, con uno strano copricapo. Per definire il suo abbigliamento e il suo aspetto, mi sembra indicativo un paragone con l’immagine che la gente ha di Nostradamus. Un po’ più avanti c’era un’altra porta, che all’inizio non avevo visto. Non senza esitazione, mi avvicinai ad essa, la apersi ed entrai.

Dal’altra parte c’era una stanza d’argento, penso sterile. Era simile a certe parti in acciaio della cucina di mia madre. Le pareti e tutto ciò che si vedeva erano di metallo. Al centro della stanza si vedeva un lungo tavolo d’argento, dove mi fu chiesto di salire. Lo feci e mi sedetti sul bordo del tavolo. La luce era molto intensa e non potevo distinguere con chiarezza le figure intorno a me. Potevo solo ascoltarle, in un certo senso, e seguire le loro indicazioni. Una voce mi chiese di sollevare la maglietta sulla schiena. Obbedii e sentii qualcosa di molto freddo a contatto con il dorso, quasi al centro, vicino alla spalla destra. Non vi è traccia in me di-  altri ricordi, riguardo a quella vicenda: mi ritrovai improvvisamente nel sottobosco di alte felci. Da quel giorno ho una piccola cicatrice triangolare vicina alla spalla destra, che prude costantemente. Nella prossima e-mail descriverò accuratamente le creature luminose che venivano a trovarmi di notte. Jane”.

Oregon 1944: “Tre di loro vegliano su di me...”
Grazie alla regressione tornai al periodo in cui le creature luminose venivano a trovarmi. “Esseri di luce”, così li chiamai per la prima volta proprio durante una seduta. Al termine di una seduta successiva mi fu riferito qualcosa che quelle creature mi avevano detto ovvero che ogni cosa che il governo ci diceva riguardo all’esistenza di altre forme di vita era una menzogna, che il potere costituito non voleva farci sapere che i visitatori luminosi erano reali. Gli esseri di luce mi avevano detto che la nostra realtà somigliava a una specie di sogno, nel quale non credevamo a cose che erano vere, ma che non riuscivamo a cogliere con i nostri sensi. Non riuscii a ricordare tutto ciò che mi insegnarono. Mi dissero che erano entrati in contatto con me e mi avevano prelevato affinchè portassi a conoscenza degli altri qualcosa. Fino a qualche tempo fa non riuscivo a capire a cosa si riferissero, ma adesso lo so.

Devo far capire a tutti che gli esseri di luce sono positivi e importanti per noi, anche se ci appaiono diversi. Dobbiamo accettarci l’un l’altro senza abbracciare una fede: questo è l’insegnamento. Non è importante la tolleranza reciproca, ma l’accettazione. Cristiani, Buddisti, Mussulmani, Hindu, pagani, atei, animisti, sciamani: siamo una famiglia nell’universo. Non siamo una confessione: siamo noi. So che è difficile capire questo concetto, ma è la base per imparare a soccorrerci l’un l’altro, in tutto il cosmo. In un’altra parte della regressione capii alcune cose sui mia figlia, oggi diciannovenne. Nacque come una bambina dagli esseri di luce, non dal padre terrestre, come coscientemente ritenevo. Anch’io nacqui dagli esseri di luce. E’ difficile credermi, lo so. Sembra assurdo anche a me, ma non è così. Drew è diversa dagli altri, come lo sono io.

I visitatori vengono ancora a trovarmi e mi conducono ancora nella stanza d’argento; poche notti fa mi hanno sottoposta a nuovi esami, tra cui uno rettale, piuttosto fastidioso. Secondo me, vogliono sincerarsi che una malattia grave non ritorni più. Una malattia che avrebbe potuto uccidermi. Ma io ho sempre saputo che sarei sopravvissuta, perché tre di loro vegliano sempre su di me. Tre che non conosco. Così termina il racconto della mia esperienza, un’esperienza che sto vivendo tutt’ora e che sono stata felice di raccontarvi, nella speranza che sia utile a qualcuno. Jane”.

PER UFOITALIA in Collaborazione con LSNN: Roberto Malini e Federico Dezi
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Source by Redazione


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