Eutanasia: una scelta etica
Le recenti vicende di Piergiorgio Welby, altro drammatico appello sull’eutanasia di Giovanni Nuvoli, malato di sclerosi laterale amiotrofica da 7 anni, che ha scritto al Capo dello Stato: «Amo la vita, ma accetto che finisca», hanno smosso l’opinione pubblica portando alla ribalta la questione dell’eutanasia, scuotendo le coscienze ed offrendo la consapevolezza della presenza e sofferenza degli altri. Questo accade perché si vive spesso in uno stato di «quasi» indifferenza verso il mondo circostante, caratterizzato di mancanza di sentimenti, coinvolgimenti e volontà di agire.
In ogni caso la sofferenza, che fa parte della vita, non deve essere considerata come una valenza espiatoria nè meritoria. La Bibbia insegna che nessuna sofferenza, per quanto intensa, può espiare il peccato; solo la sofferenza di Cristo può farlo (Ef 2: 4-10). E, tutti coloro che hanno scelto la Bibbia come loro guida sanno che, dopo il peccato, la morte fa parte della condizione umana (Gn 2:17; Rm 5; Eb 9:27; Rm 6: 23). «Vi è un tempo per nascere e un tempo per morire» (Ec 3:2). Sebbene la vita eterna sia un dono offerto a tutti coloro che accettano la salvezza in Gesù Cristo, i cristiani fedeli devono attendere il ritorno di Gesù per poter accedere pienamente all’immortalità (Gv 3:36; Rm 6:23; 1 Cor 15:51-54). Durante tale periodo di attesa i cristiani possono essere chiamati a occuparsi dei morenti o ad affrontare la propria morte.
I progressi della medicina moderna rendono le scelte riguardanti i malati terminali più complesse di un tempo. In passato si poteva fare ben poco per prolungare la vita. Oggi il potere della medicina di rinviare la morte solleva problemi di ordine morale difficili da risolvere. Per il cristiano qual è il limite di questo potere? Qual è il momento in cui la decisione di posticipare il momento della morte dovrebbe lasciare il posto a quella di alleviare il dolore che precede la morte? Chi può prendere una tale decisione? Quali limiti, se ci sono, impone l’amore cristiano al gesto destinato a porre un termine alla sofferenza umana?
Queste tematiche vengono definite con il termine eutanasia. Non tutti concordano sul significato del termine. In origine significava letteralmente «morte dolce»; oggi, esso riveste due significati diversi. L’eutanasia si riferisce spesso a «una morte inferta per pietà », in cui qualcuno pone fine volutamente alla vita di un paziente per abbreviare le sue sofferenze, oppure per alleggerire il fardello sopportato dalla sua famiglia o dalla società . In questo caso si parla di «eutanasia attiva».
Il termine viene usato anche - impropriamente secondo il punto di vista della Chiesa Avventista - in riferimento all’interruzione o al rifiuto degli interventi clinici, che prolungano artificialmente la vita, per consentire al malato di morire naturalmente. In questo caso si parla di «eutanasia passiva». La Chiesa Avventista crede che, permettere al paziente di morire rifiutando l’intervento medico che avrebbe come unico scopo di prolungare la sofferenza e dilazionare il momento della morte, sia sotto il profilo morale da considerarsi in modo diverso dall’azione che avrebbe come prima intenzione quella di togliere la vita. Quando gli avventisti affrontano i problemi morali legati alla morte, essi cercano di esprimere la loro fede in un Dio creatore e redentore e di rivelare la grazia di Dio che opera attraverso l’amore che trasmettono ai loro simili. Essi proclamano che Dio ha creato la vita umana, un dono stupendo degno di essere protetto e preservato (Gn 1, 2).
Essi affermano anche che Dio offre il dono meraviglioso della redenzione che consiste nella vita eterna per tutti coloro che credono (Gv 3:15; 17:3). Essi approvano quindi l’uso della medicina moderna per prolungare la vita su questa terra. Comunque il potere [della medicina] dovrebbe essere usato nell’intento di rivelare la grazia di Dio diminuendo la sofferenza. Grazie alla promessa divina della vita eterna sulla nuova terra, i cristiani non sentono la necessità di aggrapparsi con angoscia agli ultimi brandelli di vita terrena. Non si sentono quindi obbligati ad accettare od offrire tutti i trattamenti medici possibili, che hanno come unico scopo quello di prolungare il processo di morte.
Desiderosi di prendersi cura della persona umana nella sua totalità , gli avventisti si sentono impegnati nella cura fisica, emotiva, e spirituale dei morenti, ma nella consapevolezza che «Dio ha donato la libertà di scelta agli uomini, chiedendo loro di usarla in maniera responsabile. La Chiesa Avventista pensa che tale libertà si estenda anche al campo delle cure mediche.
Dopo aver ricercato l’aiuto di Dio, aver preso in considerazione gli interessi di coloro che devono prendere tale decisione (Rm 14:7) e ascoltato i consigli medici, ogni persona nel pieno possesso delle proprie facoltà mentali deve poter decidere se accettare o meno gli interventi medici che potrebbero prolungare la vita.
Essa non dovrebbe essere obbligata a sottoporsi a qualunque trattamento medico che ritenga inaccettabile» ( l’intero documento ufficiale sull’eutanasia è consultabile sul sito: http://www.avventisti.it/chisiamo/doc.asp?idx=6 ).
In conclusione, ricordando un significativo paragrafo di una bellissima lettera di Gabriel Garcia Marquez: “Andrei quando gli altri si fermano, mi sveglierei mentre gli altri dormono”, possiamo dire che si recupera il senso della vita o, si migliora la qualità dell’esistenza, quando andiamo incontro agli altri senza però violare la libertà di scelta.
Francesco Zenzale " pastore avventista
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