PERUGIA -- La corte d'appello di Perugia ha condannato domenica a 24 anni di carcere il senatore a vita Giulio Andreotti per l’omicidio del giornalista Mino Pecorelli, ucciso nel 1979. Stessa condanna al boss mafioso Tano Badalamenti. Ribaltata la sentenza di primo grado che aveva assolto Andreotti dall’accusa di essere il mandante dell’assassinio.
''Ho sempre creduto nella giustizia e continuo a crederci, anche se questa sera faccio fatica ad accettare una tale assurdità ", ha commentato Andreotti. Il senatore a vita, figura di punta della Democrazia cristiana, è stato sette volte presidente del Consiglio ed è stato uno dei più importanti politici del dopoguerra. Coinvolto in inchieste su mafia e politica, era stato finora assolto.
I pm che hanno rappresentato l’accusa nel processo d'appello per l’omicidio Pecorelli, Sergio Matteini Chiari e Alessandro Cannevale, avevano chiesto la condanna a 24 anni di reclusione per tutti gli imputati: con Andreotti e Badalamenti, Pippo Calò, Michelangelo La Barbera, Massimo Carminati e Claudio Vitalone. Il processo di primo grado si era concluso con l’assoluzione degli imputati per non avere commesso il fatto.
''È una sentenza incredibile che mette a dura prova anche quanti si ostinano a credere nell’imparzialità della giustizia'': così Pierluigi Castagnetti, capogruppo della Margherita alla Camera.
Commenti negativi anche dalla maggioranza parlamentare: ''Questa condanna è l’espressione di una giustizia capovolta che cammina a testa in giù e con i piedi per aria'', ha detto il segretario del Centro cristiano democratico, Marco Follini.
Toni duri anche dal governo: il ministro delle Politiche comunitarie, Rocco Buttiglione, ha affermato "con tutto il rispetto per la magistratura non posso non esprimere stupore e sdegno per il tentativo pervicace e reiterato di distruggere moralmente e fisicamente un uomo di stato".
Le tappe di una vicenda oscura
Carmine "Mino" Pecorelli viene ucciso a Roma il 20 marzo del 1979 con quattro colpi di pistola poco dopo avere lasciato la redazione di ''Op''. La sigla del giornale sta per "Osservatore politico" e sulle sue pagine compaiono inchieste spesso di fonte dubbia, ma su temi assai delicati, al confine tra politica, affari e criminalità .
Viene aperta un'inchiesta a carico di ignoti. Nell’indagine vengono coinvolti nomi come Licio Gelli, capo della loggia massonica sovversiva P2, e i terroristi neofascisti Cristiano e Valerio Fioravanti. Il 15 novembre del 1991 il giudice istruttore Francesco Monastero proscioglie tutti gli indagati per non avere commesso il fatto.
La vicenda ricompare nell’aprile 1993 quando il boss mafioso pentito Tommaso Buscetta, interrogato dai magistrati di Palermo, accusa Giulio Andreotti come mandante dell’omicidio e le indagini ripartono. Il verbale dell’interrogatorio di Buscetta viene inviato dai magistrati siciliani a quelli di Roma, che il 14 aprile iscrivono Andreotti nel registro delle notizie di reato. Il 29 luglio il Senato concede l’autorizzazione a procedere per l’ex presidente del Consiglio, che è senatore a vita.
Nell’agosto '93 le dichiarazioni dei pentiti della banda della Magliana, in particolare quelle di Vittorio Carnovale, coinvolgono Claudio Vitalone, magistrato e uomo politico vicino ad Andreotti. Il 17 dicembre 1993 l’inchiesta arriva alla procura di Perugia, competente ad indagare sui magistrati della sede di Roma, dunque su Vitalone.
Due anni dopo il rinvio a giudizio: Andreotti e gli altri imputati andranno sotto processo, che comincia l’11 aprile del 1996. La pubblica accusa chiede l’ergastolo per tutti gli imputati, ma il 24 settembre 1999 arriva la sentenza di assoluzione per tutti: motivazione, "per non avere commesso il fatto". Il 13 maggio 2002 comincia il processo d'appello. E domenica la sentenza di condanna.
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