Kurni 2003

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Mi avevano detto che il nome derivava dall’appellativo “Curnì“, che la gente del luogo aveva destinato alla famiglia di Eleonora Rossi, compagna di Marco Casolanetti, in un passato ormai remoto. Insieme hanno creato l’Oasi degli Angeli.
Mi avevano consigliato di non avere fretta nello stappare un’ambrosia bisognosa di trovare l’intimo equilibrio fra potentissimi competitori sensoriali che, come anime diverse, la vivono.
Mi avevano messo in guardia dall’ardua sorbibilità di un vino quasi masticabile e pastoso, fremente di vita ma ancora spigoloso.
E allora, per il mio Kurni 2003, ho saputo aspettare. Una settimana, un mese, un anno, diversi anni. Forse il giusto.
Fino alla beva. Fino a constatare l’esistenza di un monumento enoico, di un miracolo della natura che discende direttamente dal frutto-uva.
Le rese esiziali, la viticoltura estrema, le scelte agronomiche naturali, l’utilizzo del 200% di legni nuovi in affinamento per il doppio passaggio in botti piccole, solo parzialmente giustificano un esito sensoriale caleidoscopico, una ridda di profumi e gusti talmente ricca, complessa, fascinosa, intensa, da farmi a più riprese sfiorare l’estasi.
E’ inutile inseguire ulteriori raggiungimenti, ambire a ipotetici futuri radiosi. Nel Kurni 2003 è già tutto scoperto, scintillante, pronto, estroverso:amarena, prugna, violetta, menta;sottobosco, vaniglia, caffè;cioccolato.
Cosa pretendere di più?Cosa aspettare oltre?
Forse una terziarizzazione diffusa avrebbe ammantato l’attuale turgore e fruttuosità producendo un viraggio verso note eleganti ed eteree. Sarebbe stata un’altra storia, altrettanto avvincente, l’affacciarsi di note chinose, di effluvi torbati. Ma quel che sinceramente penso è che l’attuali caratura e profilo organolettico fanno del Kurni un campione di levatura mondiale. Non una nota sfocata. Non uno spigolo graffiante. Un tannino già dolce e prestante protegge un cuore di piacevolezze innervato da un tenore alcolico importante. A parità di condizioni, e mi riferisco al millesimo e alla categoria dei rossi, cosa c’è di meglio al mondo?
Forse, ben poca cosa.
ROSARIO TISO
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