Doveva esssere la serata della syrah. Un mastodontico Perenzo 2006 della Fattoria di Magliano era destinato a spegnere la sete di frutto sanguigno che periodicamente colpisce la “Setta dei bevitori estinti“, o meglio 2/3 della stessa:Antonio Lioce e Rosario Tiso. Ma quando si ha a che fare con bevitori inveterati, spregiudicati, iconoclasti del calibro di Angelo Perilli e Michele Varraso è pressoché impossibile contenere la marea del desiderio e limitare negli argini della prevedibilità il dipanarsi degli avvenimenti. Spunta così, dalle rispettive magiche cantine, una coppia di “Turriga“. Due annate a confronto, 1999 e 2000, di uno dei più fascinosi, esotici, misterici, ineffabili vini e “cannonau“ italiani del più grande degli enologi nostrani:Giacomo Tachis.
Il malcapitato Perenzo, pur nello splendore di una fruttuosità virtuosa e impeccabile, scompare.
Versiamo lentissimamente il vino nei bicchieri con mano tremula e fiato corto.
Il colore brilla di smagliante terziarizzazione.
Un rubino saturo e perfetto nel caso del 2000. Tendente al granato nel 1999. Lacrimose propaggini glicerinose orlano i dischi rossi ondeggianti mentre le narici affondano alternativamente nel loro cono olfattivo.
Siamo al cospetto di fragranti calici pieni di frutti conciati dal tempo e adeguati aromi derivati dal lungo affinamento in bottiglia.
Il 1999 mostra un tannino ancora da domare ma le condizioni delle altre componenti la struttura del vino fanno presagire una parabola evolutiva non più lunga. E’ un vino che va bevuto adesso. Il 2000 è un’altra storia. Figlio di un’annata presumibilmente più felice rispetto al 1999, mi induce al raccoglimento. Pur ascoltando le voci e i rumori circostanti precipito nell’abisso del silenzio interiore.
Nell’attenta olfazione mi ritrovo a vagare per un giardino lussureggiante. La suadenza degli effluvi odorosi mi procura una gioia sottile e... sulle ali del sorriso nascente... mi conduce nell’azzurro cielo delle meditazioni.
Questo vino è davvero il sale della terra che lo ha generato.
Ci sono profumi-strade che conducono ad un ben preciso richiamo analogico.
Qui avverto aromi eterei, afrori di macchia mediterranea, frutti rossi in confettura, nitore assoluto in fase retro-olfattiva, sussurrata speziatura da un’amalgama perfetta con il legno nuovo, persistenza infinita.
Poi ci sono i profumi-giardino che non portano a nulla, che si limitano ad esistere e significare nella loro inestricabile complessità:lì occorre fermarsi e limitarsi a godere. Tentare ampollose razionalizzazioni sfocia inesorabilmente nel grottesco.
Il vero degustatore non è quello che beve innumerevoli vini e li classifica con puntiglio... ma colui che avverte l’esigenza di prendere tutto il possibile dall’ultima bevuta, senza tirar fuori la cortina di ferro del proprio sapere e della propria esperienza da frapporre fra sé e la realtà.
Fortunati (ma solo da un punto di vista dell’intensità e della concentrazione... )sono coloro a cui è toccata la sorte di non essere ricchi. E’ una condizione che ti costringe a far fatica nello scegliere una bottiglia importante, che ti obbliga a goderla con calma e a darle l’attenzione necessaria... fino a quando non riesci a leggergli l’anima. Perchè sai che probabilmente non avrai un’altra possibilità. Tutto questo mi è sembrato negli anni un vantaggio:bere quasi con religiosità e con grande rispetto il frutto della vite e riconoscere il lavoro dell’uomo e l’autentico valore delle cose.
La serata diventa un vero “simposio“.
Ci si alterna nel ruolo di “simposiarca“ con passione. Anche Lino Ficelo, impareggiabile gestore del wine-bar Cairoli, partecipa attivamente al fitto rincorrersi di discussioni, rimembranze, emozioni, stupori in un clima di perfetta convivialità.
Da Angelo il colpo di scena finale:scompare e riappare recando una bottiglia di icewine canadese di Pillitteri.
Tutto è compiuto.
ROSARIO TISO
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