La Prima cosa bella - Capolavoro di Paolo Virzì

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E,’ da qualche giorno nelle sale cinematografiche italiane l’ultima opera di Paolo Virzi’ che attraverso una commediola dal sapore dolce - comico - amarognolo descrive uno spaccato di vita italiana dagli anni trenta fino agli anni attuali in maniera magistrale e con una descrizione dei particolari che ha dell’affascinante e dell’avvincente al tempo stesso sia per la accurata descrizione dei particolari che per la finezza con la quale il regista livornese ha saputo fotografare caratteri, pregi, difetti, angosce e valori umani oggi sottovalutati, dei personaggi che compongono il suo scenario descritto, tra l’altro, con una fotografia attraente perché contribuisce efficacemente a rendere ancor più facilmente comprensibile l’atmosfera dell’intera vicenda.
Nel film, assolutamente da vedere, la famiglia italiana degli anni trenta viene descritta interamente, con i suoi numerosi difetti ma anche con una umanità ed una pseudo spensieratezza che fa riflettere in quanto, a fronte di atteggiamenti inconsulti derivanti dagli umani errori di una donna che vuole ad ogni costo proteggere i suoi figli, fa riscontro una delicatezza di carattere che porta la protagonista di questa intrigante vicenda a finire i suoi giorni alla sua maniera, proprio come ha vissuto la sua vita piena di esperienze, di delusioni, di amarezze ma anche di tante piccole ed evanescenti soddisfazioni che riescono a soddisfare la sua ambizione di uscire da una vita piatta attraverso i tentativi goffi di entrare a far parte del mondo del cinema, attrazione meravigliosa per gente di provincia di allora e per ragazze ambiziose ed anche un poco prive di scrupoli.
Senza entrare nei particolari della vicenda, narrata da Virzì con una regia magistrale e da grande comandante di sets cinematografici, vorremmo sottolineare come nel film sia possibile notare il sentimento della serenità che alberga nel cuore della bambina figlia della protagonista alla quale serenità fa da contrappunto il carattere chiuso del fratello maggiore che, più sensibile e più in grado di capire le peripezie della madre, soffre talmente che il suo carattere ne resterà indelebilmente toccato per tutta la vita.
Gli amori, le sfide familiari, i giudizi della gente retriva emergono dalla vicenda ma, come sempre accade, il bene riesce - malgrado tutto - a vincere il male con un colpo di coda finale che sorprenderà lo spettatore il quale è indotto, durante la visione del film - a pensare che finalmente la “ snaturata “ madre dei piccoli protagonisti abbia finalmente capito i suoi errori ( a nostro avviso non tanto tali, ma da ricondursi a tentativi di una svampita mamma di far vivere ai suoi figli una vita migliore della sua ).
Ebbene, la Sandrelli, che interpreta la mamma snaturata dei nostri giorni, è semplicemente grandiosa, in una parte che ha sostituito da tempo la sua caratteristica di sex simbol e, per quanto riguarda la vita giovanile della donna che interpreta, è affiancata con una intensa interpretazione di Micaela Ramazzotti che fa vivere la Sandrelli anni trenta; i figli, impersonati nella versione adulta da Claudia Pandolfi e da Valerio Mastandrea sono rappresentati in forma perfettamente adeguata alle immagini di oggi, così come pure i piccoli interpreti della loro vita giovanile sono più che adeguatamente interpretati da ben quattro bambini dalla intensa bravura: Giacomo Bibbiani e Aurora Frasca ( da piccoli ) e da Francesco Papalino e da Giulia Burgalassi ( da adolescenti ).
Da notare che, per la prima volta, Virzì si cimenta in un’opera ambientata, girata, e con la parlata della sua città: quella Livorno che rappresenta non tanto velatamente l’ambiente nel quale si sviluppa l’autobiografia non dichiarata del registra.
Paola Di Pietro
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