Le tre prime priorità del CMI
1) Un federalismo solidale
Il Servizio Sanitario Nazionale pubblico universalistico nell’ambito di un federalismo solidale deve, innanzitutto, essere in grado di garantire i livelli essenziali di assistenza in modo omogeneo su tutto il territorio nazionale.
Questo è tanto più necessario a fronte dei dati epidemiologici che sottolineano come, rispetto a un aumento della speranza di vita e a un miglioramento delle condizioni di vita, aumentano le disuguaglianze nella salute.
Il finanziamento dei livelli essenziali di assistenza è compito della fiscalità generale e dunque del Servizio Sanitario Nazionale.
L’autonomia impositiva regionale serve a migliorare la qualità dei servizi e delle prestazioni; è integrativa della fiscalità generale che finanzia i livelli.
Un’iniziativa importante per promuovere il federalismo solidale può essere rappresentata dallo sviluppo di forme di cooperazione e di partner-ship con i centri di eccellenza e dalla promozione di gemellaggi tra regioni, aziende sanitarie locali, università del Centro-Nord e del Mezzogiorno.
2) La presa in carico e la continuità dell’assistenza
La continuità dell’assistenza garantisce una reale presa in carico del cittadino per rendere effettivo il diritto alla salute.
La continuità dell’assistenza mette al centro del sistema: il cittadino e non la prestazione; mette al centro un bisogno di salute che non può essere parcellizzato e un diritto alla salute che è tale solo se sa offrire un percorso che unisce prevenzione, cura e riabilitazione; la globalità della persona e non solo il suo corpo malato; la relazione di fiducia tra il medico e il paziente.
La continuità dell’assistenza è una nuova forma di tutela e presuppone un nuovo contratto sociale. Essa costituisce (e presuppone) il concreto rovesciamento della piramide: dall’ospedale al territorio. E chiarisce che la medicina territoriale è la capacità di essere vicini alla dimora della persona; è l’attivazione di percorsi personalizzati in cui prevenzione, cura e riabilitazione costituiscono un unicum; è la capacità di attivare tutte le risorse umane e sociali e i mondi vitali in cui le persone vivono ed entrano in relazione, affinchè vivano meglio.
Per continuità dell’assistenza si intende l’integrazione nel tempo e nello spazio delle risposte sanitarie, assistenziali e di reinserimento nella famiglia, nelle attività sociali, civili e produttive, necessarie a un cittadino in condizioni determinate di bisogno.
La continuità dell’assistenza consiste nella erogazione di pacchetti di prestazioni comprese in percorsi terapeutici di cura e di assistenza socio assistenziale predeterminati che garantiscano continuità dell’assistenza terapeutica e socio assistenziale con prestazioni di elevata appropriatezza e aiutino nella maggiore misura possibile date le condizioni dell’utente, il reinserimento.
I percorsi di assistenza e di continuità dell’assistenza sono rivolti ai cittadini che abbiano necessità di percorsi terapeutici integrati e di reti di assistenza sanitaria, in condizione di emergenza, di acuzie, di post acuzie e di riabilitazione; ai cittadini la cui patologia richieda lunghi percorsi di cura e assistenza socio assistenziale, con interventi differenti quanto a tipologia, tempo e luogo, da programmare e coordinare tra loro, ai disabili non ricoverati, alle persone in stato di accertata impossibilità di guarigione per i quali la continuità dell’assistenza deve garantire una accettabile qualità della vita; alle persone bisognose di sostegno ai fini di un adeguato reinserimento e a tutti coloro che devono essere coinvolti in programmi di prevenzione secondaria.
La continuità dell’assistenza presuppone che ogni persona sia seguita da un operatore responsabile della sua presa in carico, che consenta un rapporto personalizzato e flessibile con il sistema delle prestazioni e dei servizi sanitari e sociali. Questo operatore dovrebbe coincidere con il medico di famiglia, supportato dall’insieme delle attività distrettuali.
L’affermazione del diritto alla continuità dell’assistenza come una delle modalità di funzionamento del sistema sanitario, risponde ad una esigenza fondamentale dei cittadini utenti e rappresenta la maggiore domanda inevasa dall’attuale funzionamento e organizzazione del sistema sanitario nazionale.
La continuità dell’assistenza ha l’ambizione di rispondere al bisogno di presa in carico crescente tra i cittadini e oggi sostanzialmente inevasa, al punto tale da vanificare a volte le risposte tradizionali del sistema sanitario.
Se la sanità salva la vita, ma non riesce ad aiutare a vivere, rischia di mancare al suo mandato costituzionale di creazione di pari opportunità nella tutela della salute.
La continuità dell’assistenza e la presa in carico possono rappresentare gli strumenti per rispondere a bisogni di salute oggi misconosciuti, per avere un sistema più flessibile, vicino e più facilmente “utilizzabile” dai cittadini e per cambiare e rendere più efficace l’intero sistema sanitario.
La definizione di questo nuovo patto non si limita a rafforzare la sanità territoriale, o a valorizzare la medicina di base o il sistema delle cure primarie, ma rappresenta anche una sfida e un processo di trasformazione e di adeguamento di tutti i settori del sistema sanitario, da quello degli acuti, alla riabilitazione, all’integrazione sociosanitaria, alla prevenzione secondaria.
Infine, la continuità dell’assistenza, caratterizzandosi come un progetto di riforma radicale intorno a cui sarà probabilmente necessario ridisegnare assetti istituzionali e modalità di funzionamento del sistema, e per sorvegliare il quale sarà necessaria una grande attività di valutazione e una grande capacità di orientamento strategico e di governo, richiederà investimenti rilevanti sia in termini economici che intellettuali e amministrativi.
La scelta della continuità dell’assistenza inoltre porta con sè alcuni “corollari” di non poco conto, anche per quanto riguarda le scelte di organizzazione dei servizi e delle aziende sanitarie:
- spendere meglio in sanità significa spendere di più, cioè fare nuovi investimenti non solo sull’aumento dell’offerta ma sul cambiamento dell’offerta stessa. Questi investimenti saranno in grado di far aumentare l’efficacia dell’offerta sanitaria e, nel medio periodo, di avviare percorsi virtuosi, che senza riduzione dei servizi, potranno accrescere anche l’efficienza della spesa sanitaria;
- affrontare la questione che gli operatori del sistema siano remunerati non per la fornitura di singole prestazioni, ma per la creazione e la realizzazione di percorsi di cura, consente di salvaguardare il valore del merito e delle competenze, remunerarle anche dal punto di vista delle capacità produttive, di raggiungere obiettivi salute e, contemporaneamente, superare alcune delle contraddizioni più stridenti nell’uso dei DRG, che costringono a una “medicina difensiva”;
- la creazione di nuove figure professionali in grado di mettere in relazione le competenze specialistiche tra di loro e con i cittadini;
- la possibilità di concentrare sulla dimensione non di ricovero, sulla medicina territoriale e di prossimità anche risorse materiali ed umane oggi impegnate solo sulle attività di ricovero o di rogazione di prestazioni specialistiche, può accrescere le risorse a disposizione della integrazione sociosanitaria;
- la personalizzazione dell’assistenza, attraverso la presa in carico, contribuendo ad attenuare il difetto di spersonalizzazione burocratica che isola gli utenti e mortifica la professionalità degli operatori;
- la possibilità di integrare gli “specialismi” che hanno assicurato lo sviluppo delle discipline sanitarie e rimangono l’unica possibilità concreta di rimanere al passo con gli sviluppi esponenziali delle conoscenze con la ricostruzione, anche per gli “specialisti” di una visione complessiva del percorso assistenziale del paziente e della storia della sua malattia con la nascita di una nuova “competenza specialistica” che si fondi sulla capacità di mettere in relazione diversi saperi.
La chiave di volta per costruire il percorso della continuità dell’assistenza sta nello sviluppo della medicina delle cure primarie (MCP) quale un vero livello del SSN, articolato, organizzato e finanziato alla stregua del livello ospedaliero.
Una MCP capace di assistere 24 ore su 24 il cittadino, di affrontare nell’ambito e con il supporto del distretto la grandissima maggioranza delle patologie e di seguire e sostenere il cittadino nel suo passaggio in strutture di degenza per poi riaccoglierlo nel territorio avvalendosi di una rete di servizi.
3) La medicina delle cure primarie (MCP)
Nelle proposte che dobbiamo definire in tutte le regioni, lo sviluppo e l’organizzazione della medicina delle cure primarie, con il pieno coinvolgimento dei medici, deve essere al primo posto quale strumento, ben visibile e comprensibile da parte dei cittadini di un sistema che cambia, non nell’apparenza ma nella sostanza, il modo di accogliere, ascoltare e rispondere ai problemi, a partire da queste prime semplici condizioni: garantire che l’assistenza, anche fornita da professionisti diversi, sia coordinata sotto la responsabilità e la supervisione del medico di fiducia , risponda ad un unico e soddisfacente standard qualitativo e rappresenti la base della “presa in carico“ del cittadino-paziente; soddisfare nel territorio la maggior parte delle richieste di assistenza ed evitare il ricorso improprio a strutture di secondo livello (pronto soccorso, ricovero ospedaliero, ecc.); creare le condizioni necessarie a fornire assistenza sanitaria più complessa ed articolata al domicilio del malato, che non richieda la continua presenza di tecnologie e competenze specialistiche avanzate.
La possibilità di aggredire le correnti modalità di accesso al SSN, che penalizzano i più deboli, i più poveri, i meno acculturati, gli anziani passa attraverso la responsabilizzazione della MCP nella continuità dell’assis-tenza e quindi nella organizzata disponibilità alla presa in carico.
Il sistema delle cure primarie richiede la valorizzazione e la piena responsabilizzazione della figura del medico di famiglia che deve diventare il vero e proprio “tutor” del cittadino.
Il medico di famiglia deve sempre più qualificarsi come un professionista costantemente aggiornato, con competenze significative nell’area socio-sanitaria, in grado di effettuare diagnosi [strutturate] in coordinamento con lo specialista, e di porsi come filo conduttore dell’intero percorso terapeutico dell’assistito, deve avere voce in capitolo nelle scelte relative al governo del sistema.
Estratto delle conclusioni della III Conferenza Programmatica del CMI
Eugenio Armando Dondero
Portavoce
Coordinamento Monarchico Italiano
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