Prodi: Intervento, Commemorazione di Beniamino Andreatta

Roma, Governo su Ladysilvia; Intervento del Presidente del Consiglio Romano Prodi, alla Camera in occasione della commemorazione di Beniamino Andreatta

l’Intervento in versione integrale:

Onorevoli Parlamentari, il 26 marzo del 2007 si è spento a Bologna tra l’affetto dei suoi familiari, il Prof. Beniamino Andreatta.

Economista, uomo politico, più volte ministro, esponente di primo piano della Democrazia Cristiana, tra i fondatori del Partito Popolare e dell’Ulivo era da molti anni ricoverato presso il reparto di rianimazione dell’Ospedale di S. Orsola dopo che un malore lo aveva colpito il 15 dicembre del 1999 proprio in quest’aula, durante la discussione sulla legge Finanziaria.

Beniamino Andreatta era nato a Trento l’11 agosto 1928, ma a Bologna si è svolta gran parte della sua lunga carriera accademica.

Si era laureato in Giurisprudenza a Padova, dove, nel 1950, aveva ricevuto il premio come migliore laureato dell’anno.

Negli anni dell’Università si accosta all’esperienza di “Cronache Sociali” di Dossetti, Lazzati, La Pira e Glisenti.

Qui viene in contatto con i grandi problemi dell’immediato dopoguerra, partecipando ad analisi e dibattiti insieme ad economisti come Caffè e Saraceno e a politici come Dossetti e La Pira.

È poi assistente presso l’Università Cattolica e Visiting Professor presso l’Università di Cambridge.

Nel 1962, a soli 34 anni, vince il concorso alla Cattedra di Politica Economica, dopo aver passato un anno a Nuova Delhi presso la Planning Commission del governo Nehru, con un gruppo di esperti del MIT.

Il legame con l’Università è stato il filo conduttore della sua vita: nell’insegnamento, nella fondazione di nuove strutture accademiche come l’Università di Trento e, soprattutto, l’Università di Calabria, a cui ha dedicato (insieme a Paolo Sylos-Labini) grandi energie e grandi sacrifici. “È stato il mio servizio civile” " usava dire " parlando di questa sua intensa esperienza.

È certo che in Calabria, con tenacia e lungimiranza è stata vinta da Andreatta una grande battaglia per l’apertura culturale e lo sviluppo civile del Mezzogiorno.

Si deve ancora alla sue iniziativa la fondazione della nuova facoltà di Scienze Politiche dell’Università di Bologna, facoltà che è stata a lungo un punto di riferimento degli studiosi di economia e di politica internazionale di tutto il Paese.

Un’attività intellettuale vasta e profonda, anche al di fuori della scienza economica, attività che lo porta ad essere tra i protagonisti del Mulino a Bologna e fondatore dell’Arel a Roma.

Un accademico atipico, con una straordinaria vastità di orizzonti ma, soprattutto con una apertura mentale e una curiosità intellettuale che hanno permesso e promosso dibattiti assolutamente liberi da ogni condizionamento e hanno saputo attrarre energie intellettuali appartenenti a molte discipline.

E tanti di coloro che sono cresciuti attorno a lui appartenevano ed appartengono a diverse scuole di pensiero e a diversi orientamenti politici.

Nino Andreatta era uomo profondamente calato nella complessa realtà del suo tempo, ma ne andava talmente oltre da apparire, da parte di chi non era capace di visione, quasi come “fuori dal tempo”. Le sue proposte, che a molti suonavano come provocatorie e a volte certamente irriverenti rispetto al pensiero dominante, erano frutto di quella “dissennatezza dei competenti” che traeva ispirazione dalla sua complessa cultura, dalla sua insaziabile curiosità su ogni anche minimo aspetto della nostra società . Ma derivavano anche dal suo costante confronto fra gli avvenimenti quotidiani e i grandi principi dell’etica e della politica. Da qui, la sua capacità di leggere il divenire dei processi sociali ed economici molto prima di quando sarebbero divenuti patrimonio comune. Il fatto che molti degli antagonisti politici od accademici di un tempo siano divenuti suoi grandi estimatori, ne è la conferma e, insieme, il più significativo omaggio alla sua intelligenza.

Non vi è modo più efficace di rendere conto della sofferta e insofferente lungimiranza di Nino Andreatta, che richiamarne alcuni suoi lontani scritti. Tra i molti, vorrei riprendere un tema a lui caro ed ancor oggi al centro del dibattito politico: il rapporto tra Stato e mercato. “La distinzione tra potere politico e potere economico " scriveva nella sua relazione al Convegno di S. Pellegrino del 1962 dal significativo titolo “Pluralismo sociale, programmazione e libertà ”- è fondamentale in una democrazia moderna, come e più della distinzione dei poteri costruita dai teorici dello Stato liberale”. Premesse da cui traeva la conclusione che “la concorrenza non è un fatto spontaneo, ma è costruita attraverso regole di procedura imposte dall’autorità statale, che escludono come illegittimi determinati comportamenti o eliminano determinate concentrazioni di potere. In questo campo una corretta e moderna legislazione antimonopolistica dovrà essere introdotta anche nel nostro Paese”. Parole pronunciate proprio mentre un’indagine parlamentare di quei tempi giungeva all’opposta, ma ampiamente condivisa conclusione salvo alcune lodevoli eccezioni come quella di Federico Caffè, che il nostro paese non necessitasse di alcuna legislazione a tutela della concorrenza e del controllo dei monopoli. Dalle riflessioni di San Pellegrino nacque il tentativo di Nino Andreatta di dare all’allora dominante prospettiva della programmazione un ancoraggio liberale anche attraverso la c.d. “corrente neo-liberista” della scuola bolognese, sovente soggetta ad aspre ed ironiche critiche.

Idee, queste, che precorrevano i tempi.

Bisognerà infatti attendere circa tre decenni per avere una regolazione antitrust e oltre quattro decenni perché si avviassero, dietro la pressione comunitaria, riforme volte all’abbattimento dei monopoli e alla liberalizzazione dei mercati.

Con questo discorso di S. Pellegrino prende forma visibile la sua lunga collaborazione con Aldo Moro, di cui diviene il principale consigliere di Politica Economica.

Ho richiamato queste relazioni volte a dare alla programmazione un ancoraggio e un obiettivo legati al mercato, anche per fare chiarezza una volta per tutte riguardo a giudizi caricaturali mossi da pura polemica politica, che non rendono ragione nè del pensiero e nè dell’azione di Andreatta, nè del suo rapporto di stima e di confronto culturale con Giuseppe Dossetti.

Un rapporto personale di amicizia, di affetto e di reciproco arricchimento che si nutriva di simile rigore nella fede religiosa e di simile interpretazione etica della vita politica.

Ma che non si traduceva in uguali progetti di politica economica, anche perché le priorità di Dossetti non erano certo proiettate verso le soluzioni tecniche delle analisi di mercato ma si concentravano soprattutto sui problemi di giustizia e di equità nel quadro della distribuzione delle risorse e dei rapporti di forza fra ricchi e poveri a livello planetario.

E’ stato autorevolmente ricordato durante la cerimonia religiosa in San Domenico a Bologna, il 29 marzo scorso, che Nino Andreatta era uno spirito laico e cristiano. E sono state citate le sue parole: «Ciascuno attinge alla sapienza e cerca di tradurla in azione”¦senza la sacrilega intenzione di coinvolgere Dio nelle sue scelte».

E’ la lezione di Maritain e di Papa Montini. Una lezione che viene dal profondo della tradizione cristiana e che ha trovato nel Concilio Vaticano II, vent’anni dopo la fine dell’immane tragedia della guerra, espressioni indimenticabili.

Andreatta ricordava spesso la lezione di Sturzo, la sua idea di tolleranza, che non è approvazione del male, ma quel rispetto delle persone che «rende più facile l’opera di elevazione morale».Che è senso delle proporzioni anche nello scontro politico; perché le cose non sono mai assolute. Appaiono tali, ma non lo sono.

In questo sta la laicità , cioè un metodo di approccio alla realtà : la forma più alta di anti-ideologia, di anti-fondamentalismo, di anti-assolutismo. Un metodo e un habitus. Non un’altra, separata, cultura in senso proprio, ma la condizione della convivenza di tutte le culture. La laicità come migliore condizione nella quale si possono confrontare opinioni, culture, fedi, valori diversi, garantiti dalle regole comuni della nostra Costituzione.

Ricordo ancora la calda adesione di Andreatta alle parole del Concilio Vaticano II sul valore dell’intelligenza, sulla libertà religiosa, sulla dignità della coscienza morale. Quel che era stato sperato da intere generazioni veniva ora espresso con parole autorevoli: «La coscienza " dice infatti la Gaudium et Spes - è il nucleo più segreto e il sacrario dell’uomo, dove egli si trova solo con Dio, la cui voce risuona nell’intimità propria. Nella fedeltà alla coscienza, i cristiani si uniscono agli altri uomini per cercare la verità e per risolvere secondo verità tanti problemi morali, che sorgono tanto nella vita dei singoli quanto in quella sociale».

Accanto alla sua vita accademica inizia una lunga attività politica, che lo porta sui banchi del Senato nel 1976.

A partire dal giugno 1979 è prima Ministro del Bilancio e poi degli Affari speciali nei governi Cossiga e quindi Ministro del Tesoro con Forlani e Spadolini.

Come Ministro del Tesoro mette in atto quello che viene chiamato il “divorzio” fra Tesoro e Banca d’Italia, operazione coraggiosa e innovativa, che elimina l’obbligo del finanziamento illimitato del disavanzo pubblico da parte della Banca d’Italia. Una decisione necessaria per la stabilizzazione monetaria e per il futuro ingresso della lira nel consorzio monetario europeo.

La politica monetaria era stata peraltro sempre oggetto di particolare attenzione sia nelle sue pubblicazioni scientifiche sia nei suoi influenti commenti sui principali quotidiani nazionali.

Non solo l’analisi scientifica della politica monetaria, ma il rigore monetario come salvaguardia del risparmio e come difesa dell’endemica inflazione italiana.

È ancora un vivo ricordo di quel tempo la liquidazione del Banco Ambrosiano (di Roberto Calvi) respingendo le pressioni di quanti premevano per l’ennesimo salvataggio a spese del contribuente.

La vicenda dell’Ambrosiano " dirà Andreatta in Parlamento " “rappresenta la più grave deviazione di un’importante istituzione bancaria rispetto alle regole della professione verificatosi in un grande paese negli ultimi quarant’anni”.

È assai probabile che questa battaglia gli sia costata una lunga assenza dal Governo.

Andreatta ha tuttavia continuato come Presidente della Commissione Bilancio del Senato la sua battaglia contro il “partito della spesa e del disavanzo” che, come spesso ripeteva, “aveva molti sostenitori anche nel suo partito”.

Solo nel 1993 torna Ministro con il Governo Amato (dove pone la parola fine alla Cassa per il Mezzogiorno) e poi Ministro degli Esteri con il Governo Ciampi (dove prepara la riforma del Consiglio di Sicurezza dell’ONU, riforma che ancora oggi è il punto di riferimento della posizione italiana per trasformare lo stesso Consiglio di Sicurezza in un’organizzazione fedelmente rappresentativa dei grandi cambiamenti della realtà mondiale).

Con l’avvento del Governo Berlusconi, Andreatta diviene capo gruppo del Partito Popolare alla Camera dei Deputati ed è protagonista della costruzione dell’Ulivo alla vigilia delle elezioni del 1996.

Nel Governo da me presieduto lo ebbi come straordinario Ministro della Difesa. In questa funzione si adoperò per la riforma degli stati maggiori, per la realizzazione della missione Alba, per una forte spinta alla politica di difesa europea, per l’inizio dell’abolizione della leva militare e per rilancio del servizio civile.

Permettetemi onorevoli deputati anche un ricordo personale, che è quello di essermi ritrovato nel banco del Governo col mio professore, accanto al quale avevo lavorato ed ero vissuto per oltre trent’anni. Anche se, proseguendo un antico costume accademico, continuavamo (unici nell’intero Consiglio dei Ministri) a darci rigorosamente del Lei.

Nel suo inimitabile stile, questo era un segno di particolare familiarità . E certamente anche di un pizzico di snobbismo.

Percorrendo le tappe della sua esistenza emerge chiaramente come il Prof. Andreatta sia sempre stato uomo del cambiamento e dell’innovazione. Non ha mai avuto paura dei cambiamenti. Ha sempre innovato Non solo nel suo impegno politico e di governo, ma anche nella sua attività di ricerca, sia in campo economico che in altri settori.

Da un lato ha fondato Prometeia, ancora oggi il centro di ricerca più avanzato nelle previsioni economiche e, dall’altro è stato protagonista dello sviluppo dell’Istituto per le Scienze Religiose di Bologna, oggi Fondazione Giovanni XXIII, contribuendo a farne un centro di ricerca unico nel suo genere nel mondo.

Anche nell’impegno politico diretto è stato sempre innovatore e vi ha portato tutto il peso della sua intelligenza per riformare la politica e le istituzioni. Basti ricordare il suo contributo decisivo al rinnovamento del partito in cui ha militato, avviando percorsi decisivi per modificare gli strumenti stessi della politica. Il referendum sulle preferenze prima e la nascita dell’Ulivo poi mostrano questo suo continuo lavorare per il futuro.

Andreatta ha sempre pensato in grande. Non si accontentava di un realismo appiattito sul presente. Ha sempre cercato la politica come futuro. Ha avuto l’ambizione di cambiare il paese, perché era consapevole delle necessità di un significativo contributo dell’Italia nell’incidere sui destini del mondo.

Cambiarli facendo appello alle risorse migliori di intelligenza, di cultura, di moralità . Mai alimentando i suoi peggiori vizi di egoismo sociale, di disprezzo delle istituzioni, di volgarità . Non ha mai immaginato la politica come occupazione e spartizione del potere, come scambio, come manipolazione delle coscienze. L’ha vissuta come progetto per il futuro, come programma di trasformazione della società .

E lo ha fatto costantemente con spirito critico. Uno spirito critico che a volte poteva sembrare esasperato ma che finiva sempre con una ferrea e, a volte, quasi ingenua fiducia che le cose potessero radicalmente e rapidamente cambiare.

La singolarità e la straordinarietà di Nino Andreatta è stata quindi quella di essere al tempo stesso un uomo di grande cultura e di grande politica: la cultura come capacità di cogliere i nodi profondi della società , le sue fragilità e le sue potenzialità .

La politica come azione per offrire nuovi orizzonti al futuro del paese e del mondo.

Non era quindi solamente un tecnico e uno studioso dell’economia ma un lettore acutissimo delle trasformazioni sociali, delle spinte di rinnovamento, dei cambiamenti di mentalità . Con il suo sguardo, mai provinciale e angusto, ma largo e penetrante sapeva attraversare i fenomeni per andare oltre, anticipando il futuro.

Egli colse in tutta la sua acutezza la questione morale, quando essa cominciò a definirsi all’inizio degli anni ’80. Capì subito che segnava il grande momento della crisi della politica. La stessa democrazia ne veniva violata nei suoi punti decisivi.

Eppure non scelse mai la via del moralismo, ma della politica coraggiosa, volta a riformare i partiti, che ne sono strumento essenziale, senza cedere mai al populismo e alla demagogia.

Non era solo il discorso dell’economista contro gli sprechi, ma un grido d’allarme per il progressivo inquinamento delle istituzioni e del Paese.

Oggi siamo tutti più orfani, certamente lo sono io nei confronti del Prof. Andreatta, di cui sono stato allievo e amico. Il Paese è orfano della sua intelligenza, della sua generosità , della sua lungimiranza.

Per questo motivo egli è sempre stato presente fra di noi anche nei setti anni di dura prova che ha vissuto.

LA REDAZIONE Ladysilvia
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