«Alzatevi, andiamo!» (180 pagine, 15 euro) uscirà da Mondadori il 18 maggio in Italia con una tiratura iniziale di 500 mila copie.
Alzatevi, andiamo!, con la sua immagine in copertina, pensato, scritto e titolato da lui, che la Mondadori pubblica nel giorno della festa, rappresenterà per il Papa polacco, che da 26 anni guida la barca di Pietro, un motivo in più per continuare a tracciare la rotta. Il pastore che si racconta. Da un lato, sulla scrivania, i telegrammi di felicitazioni e affetto da tutto il mondo, anche non cristiano, dall’altro il frutto della nuova fatica: 180 pagine divise in sei parti con 47 capitoli, portate a termine con caparbietà nonostante la malattia. Un abbinamento simbolico davanti alle sfide del Terzo millennio secolarizzato e lacerato dalle guerre. Wojtyla festeggiato e riconosciuto dal mondo come guida e leader- spirituale- e Wojtyla che nel giorno del compleanno sfoglia l’autobiografia, dal 1958, anno della nomina episcopale, a oggi. Il Papa che guarda dentro di sè e sente il bisogno di esplorare in profondità «la sorgente» della propria vocazione. Che ricorda episodi inediti della propria vita, integrando o correggendo i ritratti che decine di biografi, in questi anni, gli hanno dedicato.
Un evento di risonanza mondiale. Un volume che la Mondadori pubblica con una prima tiratura di 500 mila copie (solo in Italia) e in uscita contemporanea in altri quattro paesi: Spagna, Germania, Francia e Polonia. Un libro che viene da lontano, dai contatti di Leonardo Mondadori con la Santa Sede e dall’amicizia con il portavoce vaticano Joaquín Navarro-Valls; e che punta a ripetere il successo di Varcare la soglia della speranza (firmato dal Papa con Vittorio Messori, pubblicato dieci anni fa, 20 milioni di copie vendute in una cinquantina di paesi) in una linea di continuità che conferma la scelta, da parte della Santa Sede, della casa editrice di Segrate e della sua linea laica e pluralista.
Il contenuto di Alzatevi, andiamo! è blindato, inutile chiedere anticipazioni. Ma chi, in Mondadori, lo ha letto assicura che si tratta di un testo fondamentale nella biografia e nel pensiero di Giovanni Paolo II: pagine che illuminano in una complessità ancora più ricca il peso e la portata di questo pontificato.
Per coglierne il senso vero bisogna partire dalle ultime pagine. Vangelo di Marco, capitolo 14, versetto 42, l’ora dell’angoscia di Gesù nel Getsemani («La mia anima è triste fino alla morte»), la consapevolezza della tortura e della fine, l’invocazione al Padre che tace, i discepoli rimasti addormentati. «È venuta l’ora» dice Gesù. «Alzatevi, andiamo! Ecco, colui che mi tradisce è vicino». Nel Vangelo il tempo della prova e della croce, nella storia di Karol Wojtyla il tempo di altre croci: la perdita della mamma a 9 anni, del fratello maggiore Edmund a 12, la guerra e la dittatura comunista, il tempo dell’attentato e delle pallottole nella carne, della malattia.
«È un'opera importante e straordinaria» dice Gian Arturo Ferrari, direttore generale della Divisione Libri Mondadori. «Pagine gradevoli e con note di humour negli episodi e nei ritratti, ma ispirate alla fermezza sui principi. Il protagonista racconta, per esempio, il dialogo con il primate di Polonia, cardinale Stefan Wyszynski, che lo aveva convocato d'urgenza per la nomina a vescovo. Eminenza, gli dice, io sono troppo giovane... Ma il Papa ha deciso così, risponde Wyszynski. Allora va benissimo, replica immediatamente quel prete di 38 anni atletico e abbronzato, che per raggiungere la residenza del primate aveva fatto l’autostop interrompendo le vacanze sui laghi dove si divertiva a pescare in canoa con gli studenti.
«È anche un libro nel quale Wojtyla sottolinea aspetti significativi del suo pensiero: la centralità della famiglia, unica struttura che aveva permesso al Cattolicesimo polacco di reggere la sfida con il regime; o il ripetuto richiamo al ruolo del sacerdote come pastore, nell’idea di una Chiesa compatta e gerarchica, forte della propria identità ma aperta alla sfida col mondo, sulla quale il futuro Papa aveva a lungo riflettuto negli anni decisivi dell’esperienza in Polonia».
Cracovia, la vecchia capitale. Qui era nata la mamma, Emilia Kaczorowska. E qui Wojtyla si era stabilito con il padre per seguire le lezioni all’Università Jagellonica, dove aveva insegnato Nicola Copernico e dove lui aveva scritto la tesi sulla filosofia di Max Scheler. Anni di apprendistato e di appuntamenti con il destino.
Fin da quella data, il 4 luglio 1958, con la quale di fatto comincia il libro del Papa: la nomina a vescovo ausiliare di Cracovia decisa da Pio XII. Chi lo avrebbe mai detto? Il pontificato di Eugenio Pacelli è ormai al tramonto e proprio lui, il granitico custode della Chiesa preconciliare, spalanca la prima porta a quel prete polacco che di lì a vent'anni avrebbe trasformato la tradizionale immagine del Papa seduto in poltrona in quella del Papa alpinista e sciatore. Una vocazione robusta, quella di Wojtyla. Capace di sfidare i regimi dell’Est («I comunisti» li chiama nel suo libro) e di rimettere in cammino i cattolici dell’Ovest dopo lo sbandamento del post Concilio.
Se Dono e mistero (Libreria editrice vaticana), pubblicato nel 1996 nel cinquantesimo del suo sacerdozio, è la riflessione sull’essere prete, Alzatevi, andiamo! è il suo seguito ideale. Prima prete nel villaggio di Niegowic, dove studia a lume di candela perché manca la corrente elettrica, poi vescovo a Cracovia, quindi Papa a Roma. Ma sempre pastore. In una riflessione che lo accompagna per tutta la vita. «Che cos'è una vocazione sacerdotale se non una chiamata a dare la propria anima?» confessa allo scrittore Andrè Frossard nei primi anni del pontificato. «Abbiamo grande bisogno, noi preti, di modelli che ci insegnino a essere esigenti verso noi stessi, che ci mostrino a qual punto il sacerdozio ministeriale del Cristo ci oltrepassi e ci trascinino a "cercare più in alto"».
Meditazioni spirituali e incontri. Il libro offre anche una galleria di ritratti. Joseph Ratzinger, il cardinale prefetto dell’ex Sant'Uffizio, viene definito «amico fedele»; parole di ammirazione sono rivolte all’ex arcivescovo di Milano Carlo Maria Martini. Ma è a Paolo VI che Wojtyla dedica le frasi più affettuose. E non perché Giovanni Battista Montini lo avesse nominato il 30 dicembre 1963 arcivescovo di Cracovia e cardinale quattro anni dopo. Nell’affetto sincero per l’ex arcivescovo di Milano c’è qualcosa di più. Montini porta a termine la costruzione dell’edificio conciliare, riforma la liturgia introducendo nella messa le lingue nazionali, modera il fasto dei cardinali, inizia l’era dei grandi viaggi papali (dalle Nazioni Unite all’India, all’America Latina), inaugurando la consuetudine di baciare il suolo dei paesi d'arrivo. Con queste iniziative guadagna gli applausi dell’intellighenzia progressista. Ma quando, verso la fine del pontificato, richiama l’attenzione della dottrina cristiana sul Diavolo o sostiene con decisione il celibato dei preti, o il divieto degli anticoncezionali nell’Humanae vitae, gli applausi si trasformano in pesantissimi attacchi sui media.
Di Montini, Wojtyla apprezza lo spessore umano, la rara sensibilità e intelligenza. Ne segue il tormento di fronte all’avanzare vittorioso della secolarizzazione e ne condivide le coraggiose scelte ecumeniche. Paolo VI definisce il suo tempo «doloroso drammatico e magnifico» e nel tentare l’ardua sintesi tra vecchio e nuovo affida il proprio dubbio alla croce. Giovanni Paolo II impugna la croce, la innalza e la esibisce al mondo come un trofeo. «Facendo eco alle parole del nostro Maestro e Signore» scrive nelle ultime pagine del libro «ripeto perciò anch'io a ciascuno di voi carissimi fratelli: "Alzatevi, andiamo!". Andiamo fidandoci di Cristo. Sarà Lui ad accompagnarci nel cammino, fino alla meta che solo Lui conosce».
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