Alla Sda macroeconomia per manager

Sda Bocconi propone al top management aziendale un programma incentrato sui meccanismi di trasmissione delle crisi. Per leggerne l’evoluzione e anticiparne la conclusione

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Milano: Un effetto collaterale della crisi è la maggiore domanda di cultura economica da parte dei grandi manager, che si sono resi conto dell’importanza dei meccanismi macroeconomici per l’andamento delle aziende. La Sda Bocconi ha pensato, perciò, per la prima volta, di proporre al top management aziendale un corso di macroeconomia incentrato sulla crisi finanziaria (The 2008 Financial Crisis and its Implications, 22 e 23 giugno 2009, info 02.5836.6791).

“I mutui subprime americani che hanno scatenato tutto quello che abbiamo visto negli ultimi mesi avevano un valore pari solo al 3% della capitalizzazione di borsa americana”, spiega Carlo Favero, coordinatore del programma e docente dello stesso insieme a Francesco Giavazzi e Roberto Perotti. “Quelli da comprendere sono perciò i meccanismi di trasmissione che hanno portato al contagio di tutto il settore finanziario e poi dell’economia reale”.

Il corso aiuterà i decisori aziendali a comprendere la prociclicità del leverage del sistema bancario e a capire le implicazioni della crisi per economie diverse come quelle sviluppate e quelle emergenti. “Per i manager sarà importante valutare le conseguenze della nuova, elevatissima avversione al rischio e l’efficacia degli interventi di politica monetaria e fiscale”, spiega ancora Favero. Infine, si capirà come leggere i segnali e gli indicatori resi disponibili giorno per giorno, per interpretare l’evoluzione della propensione al rischio. “Nel pieno del panico”, spiega Favero, “una di queste misure, la volatilità implicita nelle opzioni, ha raggiunto valori anche otto volte più alti della norma”.
Un altro effetto collaterale della crisi, al centro di alcune riflessioni del programma per i manager, è l’accresciuta consapevolezza dell’interdipendenza tra le economie e del fatto che essa, nei momenti più critici, aumenti ancora. “L’avversione al rischio, per esempio, ha fatto sì che molti paesi dell’Est Europa avessero problemi a finanziare il loro debito pubblico”, sostiene Favero, “e che il differenziale tra Bund e titoli di stato italiani si allargasse, pur senza cambiamenti nei fondamentali economici dei due paesi. Ma non solo: in alcuni casi il meccanismo di trasmissione è stato diverso. L’Egitto, che aveva subito una crisi finanziaria simile all’attuale pochi anni fa, riteneva di potersene chiamare fuori. E, invece, la crisi dei paesi avanzati ha inaridito il flusso di investimenti diretti e precipitato anche l’economia egiziana nella recessione”.