Il salvagente della Parmalat si chiama Enrico Bondi. Sarà lui, un passato alla Montedison, Telecom, Premafin e oggi Lucchini e una fama da risanatore e tagliatore, a tentare di salvare il gruppo di Collecchio. Bondi ha ricevuto l’incarico ieri dal consiglio di amministrazione straordinario di Parmalat che gli ha affidato il compito di «approntare un eventuale piano di ristrutturazione» in situazione resa drammatica dalle difficoltà finanziarie del gruppo e dal declassamento dei titoli a livello “spazzatura”.
Il salvagente è stato gettato dalle banche che ieri si sono dichiarate pronte a soccorrere la società alimentare in forti difficoltà finanziarie. «Il sistema bancario non si tirerà indietro se si parlerà di progetti industriali e finanziari seri e convincenti anche se difficili» ha fatto sapere Corrado Passera amministratore delegato di Banca Intesa. E Bondi è una scelta che alle banche piace e alla quale Calisto Tanzi, patron della società non ha potuto opporsi.
Tanzi, in una nota, ha ribadito «l’impegno della famiglia di fronte agli azionisti, ai sottoscrittori delle obbligazioni, ai dipendenti, clienti e fornitori del gruppo Parmalat di preservare,in questo difficile momento, il valore dell’azienda nell’interesse di tutti i soggetti coinvolti». Non solo. Tanzi e la società si sono anche impegnati a rimborsare l’obbligazione da 150 milioni, scaduta due giorni fa, entro il 15 dicembre.
Ma quali sono le banche pronte a correre al capezzale dell’azienda emiliana? Oltre alla citata Banca Intesa si può inserire nella lista anche Capitalia, Sanpaolo Imi, Mps, UniCredit. Tutte esposte, a vario titolo, verso la società di Tanzi. Ma con Bondi potrebbe arrivare anche Mediobanca, che con il manager toscano ha sempre avuto un rapporto speciale.
Il salvagente lanciato si è reso ancor più indispensabile dopo che, come detto, Standard & Poor’s, la società di rating che monitora il debito dell’azienda di Collecchio, ha declassato il titolo Parmalat al livello di junk bond, cioè spazzatura. La causa? Manco a dirlo «le forti preoccupazioni per la liquidità del gruppo». Non solo. Dalla nota dell’agenzia si apprende inoltre che i rating rimangono sotto osservazione (in credidwatch) con implicazioni «in via di sviluppo». «L’abbassamento del rating e la prosecuzione del creditwatch - ha spiegato l’analista di S&P’s, Hugues de la Presle, - riflettono significativi timori sull’effettiva volontà e capacità di Parmalat di onorare i suoi impegni finanziari e, più in generale, di adottare politiche giuste».
I recenti avvenimenti - compresa il mancato rimborso dell’obbligazione nella data prevista del bond (8 dicembre), così come le capacità del gruppo di monetizzare l’investimento da 590 milioni di dollari effettuato nel fondo Epicurum (le cui modalità di rimborso non sono state ancora definite), hanno messo, quindi, seriamente in discussione l’entità reale e la disponibilità di una liquidità che al 30 settembre veniva detto esser pari a 4,2 miliardi di euro. In poche parole S&P’s non ritiene più credibile quello che sta scritto nel bilancio della Parmalat. Innegabile che il fantasma del crack Cirio continui ad aleggiare sul mercato, facendo tremare operatori, banche e risparmiatori.
Parmalat, comunque,non dovrà fare fronte solo al rimborso del bond. Alla fine del mese deve anche riacquistare il 18,18% della brasiliana Parmalat Empreendimentos e Administracao. Chi è che vende? Fino a ieri erano conosciuti come generici «investitori nordamericani». Poi si è scoperto, in realtà , che si tratta di altri due fondi domiciliati nelle Cayman (il Food Holdings Limited e il Dairy Holdings Limited). Niente di irregolare, certo, ma è strano l’eccessiva riservatezza della società . Una società , va ricordato, che in nove mesi ha cambiato tre direttori finanziari (Fausto Tonna, Alberto Ferraris, Luciano del Soldato).
La mancanza di trasparenza è stata una costante per la società di Tanzi in questo periodo. Il tutto ha avuto inizio a novembre quando la Consob, la commissione che vigila sulla Borsa, ha chiesto a Parmalat come intendeva rimborsare i bond in scadenza fino al 2004, ma soprattutto ha chiesto maggiori dettagli sulla liquidità dell’azienda. La risposta della Parmalat è arrivata pochi giorni dopo. «Liquideremo la quota del fondo Epicurum, fondo che ha sede nelle Isola Cayman» hanno assicurato da Collecchio. Ma passano i giorni e la quota non viene rimborsata.
Il gruppo si rivela incapace di fare fronte ai suoi impegni. Anche a causa della voragine nei conti di circa 9 miliardi di euro creata dai due miliardi di debiti con le banche, sommati ai circa sette miliardi di euro di bond in circolazione. Troppo per poter resistere.
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