Il quadro descritto pochi giorni fa dal Presidente di Unioncamere Andrea Mondello sulla “vitalità ” delle piccole imprese è estremamente critico. In rapporto alla leva fiscale abbattutasi in questi mesi cruenti, ben il 95% di esse stenta a sopravvivere, ovvero è costretta a chiudere baracca.
I dati testimoniano un vera e propria moria di imprese, soprattutto nella fascia meridionale, dove si evidenziano numeri che sfiorano il 35,3%. Nel secondo trimestre di quest’anno si evidenziano, rispetto allo scenario nazionale, la chiusura di più di 76mila imprese di piccole dimensioni che, di fatto, non reggono il tremendo urto fiscale. L’analisi sviluppata nel sud e nelle isole è impietosa e conferma per l’ennesima volta quelli che sono i profili di negatività consolidatisi da lungo tempo: l’insufficienza delle infrastrutture, difficoltà nel reperimento di manodopera e, dulcis in fundo, una forte conflittualità con l’apparato burocratico pubblico che, come da tradizione, frena la fruibilità e la rapidità di quei servizi utili a chi opera nel settore privato. Questi elementi di criticità , oramai conosciuti da tutti (non evidentemente dai politici), incancreniscono una situazione sfuggita di mano e che vede una distanza sempre più divaricata tra l’utenza e quelle istituzioni sorde ai problemi reali del territorio. In relazione all’area meridionale i contesti che più di tutti pagano uno scotto in termini di sopravvivenza sono: agricoltura, artigianato, tessile, trasporti e altresì l’industria del legno il cui trend è in forte discesa (- 149 imprese). A ben vedere i settori indicati mettono a nudo le difficoltà di settori che dovrebbero rappresentare il vero volano della nostra economia e che invece hanno imboccato una inesorabile parabola discendente. Le curve dello sviluppo, non a caso, mostrano flessioni consistenti delle cd Pmi (piccole medie imprese) operanti nei settori menzionati, che dal 2003 ad oggi presentano una mortalità cresciuta dell’1,25%, salvo il settore edilizio cresciuto di oltre 13mila unità . Il numero uno di Unioncamere tiene a sottolineare, inoltre, come le difficoltà emerse riguardano in special modo “le piccole imprese, quelle creative, ma indifese, flessibili, ma spesso finanziariamente deboli, quelle imprese che hanno prodotto ricchezza e qualità della vita”. Proprio su queste, paradossalmente, la pressione fiscale è risultata implacabile.
Un ultimo aspetto, non di poco conto, è quello concernente l’apertura di imprese composte da immigrati i cui numeri registrano movimenti verso l’alto a fronte della penuria del “made in Italy”. Su questo versante l’Unioncamere ci dice che le iscrizioni nelle Camere di commercio nell’ultimo trimestre si è attestato a quasi 11mila, il quale produce un risultato complessivo rilevante delle imprese di extracomunitari nel nostro paese salito a quota 218mila.
Questo passaggio demarca in maniera netta le differenze fra le imprese straniere e quelle italiane, in termini di concorrenzialità , con l’aggravante che le nostre devono sopportare una pressione fiscale arbitrariamente molto più alta. Tuttavia su quest’ultimo punto " checchè ne dica Bersani " non c’è più da stupirsi, poichè tutelare la nostra economia sembra oramai un esercizio di difficile applicazione.
Gianluigi Mucciaccio
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