Questione ancora aperta: esiste la memoria dell’acqua, come già alcuni avevano ritenuto, non creduti, in passato? Pare di sì a giudicare dagli ultimi esperimenti del chimico svizzero Louis Rey, che ha indagato la memoria dell’acqua sul ghiaccio. Come riferito su Physica A la questione non è puramente teorica. Infatti molti seguaci della medicina omeopatica basano le loro cure su soluzioni acquose diluitissime di un composto, il principio attivo della cura. Senza memoria la presenza effettiva del principio attivo è così ininfluente che la cura stessa non potrebbe che essere inefficace.
Per riuscire a districarsi in questa annosa diatriba tra oppositori e sostenitori della memoria dell’acqua, Roy ha studiato il ghiaccio con la termoluminescenza. La tecnica consiste nell’inviare radiazioni al campione e in seguito misurare il tipo di luce emessa da esso. Questa viene rivelata su un grafico, tecnicamente noto come spettro. La forma dello spettro dipende dal tipo di legami chimici di cui è composto il solido esaminato. Roy ha studiato lo spettro del ghiaccio puro e lo ha poi confrontato con quello di ghiaccio ottenuto raffreddando soluzioni diluitissime di due sali, il comune sale da cucina, cloruro di sodio, e il cloruro di litio. Poichè l’effetto dei sali è quello di stravolgere il normale reticolo di legami chimici dell’acqua, la tesi di Roy è che se l’acqua ha memoria allora gli spettri del ghiaccio puro e di quello ricavato dalle soluzioni saline anche iper-diluite devono essere diversi. Ed effettivamente lo scienziato trova che è così. Allora l’acqua ha memoria anche di una minima quantità di soluti sciolti in essa? I suoi esperimenti non chiudono la questione. c’è chi obietta che le proprietà chimiche del ghiaccio sono diverse da quelle dell’acqua, chi sostiene di valutare la ripetibilità dei suoi risultati sperimentali.
Fonte: Lanci - phisica A
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