Un gruppo internazionale di astrofisici è riuscito a osservare l’accelerazione degli elettroni relativistici all’interno delle radiogalassie grazie a un potentissimo telescopio. Lo studio, pubblicato su Science, conferma le previsioni delle teorie basate sulle idee formulate per la prima volta dal grande fisico Enrico Fermi circa cinquant’anni fa
Le radiogalassie sono degli immensi contenitori di elettroni relativistici e campi magnetici, al centro delle quali si nascondono buchi neri che lanciano nello spazio getti di plasma; getti che viaggiano per centinaiadi migliaia di anni luce trasportando elettroni, finchè non incontrano un muro, dovuto alla resistenza della materia intergalattica, che determina uno shock.
Le teorie prevedono che all’interno di questi shock gli elettroni possano subire delle accelerazioni aumentando la propria energia, tramite meccanismi detti Processi di Fermi; ma nonostante la straordinaria luminosità delle radiogalassie, negli anni passati non si disponeva di strumenti adatti a confermare la teoria.
A osservare questo meccanismo è stato ora un gruppo di astrofisici dell’Istituto di Radioastronomia del CNR di Bologna, dell’European Southern Observatory e dell’Istituto olandese ASTRON - che hanno pubblicato la ricerca su Science - grazie a uno dei più potenti telescopi al mondo, il Very Large Telescope situato in Cile.
"Questo straordinario telescopio " spiega Gianfranco Brunetti, del CNR di Bologna" ci ha permesso di osservare questi fenomeni con un dettaglio mai raggiunto prima d’ora in una radiogalassia a circa un miliardo di anni luce distante dalla Terra e di vedere elettroni con energia 300 volte maggiore di quelli che emettono la radiazione visibile con i normali radiotelescopi".
Proprio la presenza di elettroni così potenti rappresenterebbe la prova diretta della loro accelerazione nella regione di shock: "E’ chiaro " sottolinea Brunetti " che queste ricerche, condotte in collaborazione con i colleghi Karl-Heinz Mack e M. Almudena Prieto, debbono continuare e che osservazioni di questo tipo, combinate con quelle fatte con normali radiotelescopi e con satelliti sensibili ai raggi X di ultima generazione (tipo Chandra), potranno svelarci ancora molti segreti dell’universo".
Per ulteriori informazioni: Gianfranco Brunetti 051-6399395 e-mail brunetti@ira.cnr.it
(Prieto, Brunetti & Mack, 2002, Science, 298, 193).
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