Anche se in un modo diverso da quello che avrebbe voluto, Diane Pretty ha finalmente vinto la sua battaglia. La donna di 43 anni, paralizzata dal collo in giù da una grave malattia al moto-neurone, a cui era stato rifiutato il suicidio assistito prima dalla Camera dei Lord e poi dall’Alta Corte di Strasburgo, è morta sabato in un ospedale del Bedfordshire per le previste complicazioni respiratorie. La famiglia ne ha dato notizia solo ieri. «Finalmente libera», è stato il commento del marito Brian. La natura le ha dato quello che la legge le aveva rifiutato. Non le è rimasto comunque molto tempo per soffrire, dopo l’ultimo rifiuto, il 29 aprile scorso.
La Corte Europea per i Diritti Umani sostenne una precedente sentenza della Camera dei Lord britannica, che i Pretty avevano deciso di impugnare. Per la Corte la sentenza dei Lord non violava i diritti umani, perché questi «non comprendono il diritto di morire per mano di terzi». Ma Diane Pretty, sostenuta dalla «Voluntary Euthanasia Society» dichiarò ancora una volta, attraverso il suo computer, di sentirsi «deprivata dei suoi diritti», soprattutto quello di non morire tra le pene che prevedeva.
Era lo stesso commento che aveva fatto il 29 novembre dello scorso anno, quando venne emessa la sentenza dei Lord sulla base del «Suicide Act». «Un omicidio a fini di bene a termini di legge è un omicidio», dichiarò Lord Bingham di Cornhill. La Pretty chiedeva, infatti, che il marito potesse aiutarla a morire senza doverne pagare le conseguenza di legge. La legge inglese, il «Suicide Act» appunto, è piuttosto severa e Brian Pretty avrebbe corso il rischio di passare 14 anni in prigione se avesse aiutato Diane a fare la cosa che lei ardentemente voleva, ma che non era in grado di fare da sola.
Quando, meno di 15 giorni fa, arrivò l’ultimo rifiuto dalla Corte di Strasburgo, Brian dichiarò che lo avrebbe rispettato. E così sembra essere stato, anche se i medici dell’ospedale dove è morta Diane hanno fatto tutto il possibile per ridurre, e forse abbreviare, il dolore. «Giovedì 2 maggio Diane mi ha chiesto di chiamare il dottore, perché aveva problemi con la respirazione». Il medico constatò che «non aveva nè infezioni al petto e che le vie respiratorie erano libere». «Il giorno dopo, tuttavia -ha continuato Brian- la trasferimmo all’ospedale, dove Diane ricominciò ad avere problemi di respirazione».
«I dottori e le infermiere hanno fatto il possibile per mantenerla in stabili condizioni, ma lei soffriva. In ogni caso sono stati tutti meravigliosi e c’era sempre qualcuno con lei. Soltanto che i medici facevano fatica a evitarle la sofferenza. Fino a giovedì sera, quando lei ha cominciato a scivolare verso il coma e alla fine è morta». «Al di là di questo -ha detto ancora Brian Pretty- Diane ha dovuto passare attraverso quella cosa che aveva previsto e temuto, e non c’era niente che io potessi fare per aiutarla. Sabato sono stato con lei tutto il giorno e stavo andando a casa, quando mi hanno fermato, dicendomi che era venuto il momento. E così adesso Diane è finalmente libera». E’ un caso di cui si continuerà a discutere.
Proprio il giorno in cui l’Alta Corte europea emise la sentenza, in un ospedale inglese morì la donna conosciuta come «Miss B», anche lei completamente paralizzata e tenuta in vita da una macchina. Aveva chiesto che la macchina venisse staccata, perché non voleva quella vita. E, nel suo caso, la legge l’aveva accontentata perché, a differenza di Diane, la sua vita dipendeva dalla macchina. Ma chi l’ha spenta ha certo partecipato a «un suicidio assistito».
Paolo Passarini
corrispondente da LONDRA
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